25 Aprile: quali sono le vere ombre che incombono oggi sulla democrazia in Italia

Taccuino Italiano, Il Giornale del Popolo, Lugano, 25 aprile2012
Oggi in Italia è un giorno di festa: si celebra, come molti sapranno, l’anniversario del 25 aprile 1945 quando a Milano le forze di occupazione tedesche si arresero ai partigiani e a reparti delle forze armate italiane presenti in città che si erano schierate  a favore del governo Badoglio. In effetti in altre parti del Paese,

in particolare nel Nordest,  i combattimenti durarono ancora per diversi giorni, fino al 5-6 maggio. La nuova Italia democratica post-fascista scelse poi ad ogni modo il 25 aprile quale data ufficiale della Liberazione, ossia della fine della Seconda guerra mondiale,  poiché a Milano i nazisti avevano capitolato di fronte ai partigiani e non di fronte alle forze alleate anglo-americane, come invece era avvenuto altrove. Alla guerra partigiana, alla Resistenza, avevano contribuito gruppi e formazioni di diversi orientamenti. In particolare in Lombardia si trattava per lo più di gruppi di matrice socialista, “laica” e cattolica. Ciononostante nel dopoguerra il Partito comunista si autoinvestì del ruolo di erede primo se non unico della Resistenza e le altre forze politiche antifasciste fecero in varia misura l’errore di lasciarlo fare. Ciò spiega perché di certo anche quest’oggi in molte piazze italiane sia reali che virtuali presunti eredi del PCI metteranno o tenteranno di mettere la festa della Liberazione inconsultamente al servizio di attuali disegni politici in realtà senza alcun effettivo nesso con vicende ormai remote  per quanto riguarda non solo il tempo ma anche il contesto in cui avvennero. Al di là degli episodi più o meno rituali e più o meno convulsi, che caratterizzeranno in Italia la giornata odierna, proviamo allora ad andare a vedere che cosa, al di sotto del vapore e della schiuma, bolle nella pentola della politica italiana.

E’ in atto una vasta campagna di delegittimazione complessiva della politica e del ceto politico, di cui sono antesignani il Corriere della Sera e la Repubblica, due quotidiani che fanno capo a grandi gruppi industriali – finanziari spesso in concorrenza tra di loro, ma non in questa occasione. L’obiettivo è la demolizione di soggetti popolari che restano tali, anche se oggi sono rappresentati spesso male e talvolta malissimo. Non sono in discussione le responsabilità personali che, nella misura in cui hanno rilievo penale, meritano di venire sanzionate.  E ci si può dispiacere di scelte inopportune, che però restano appunto soltanto inopportune. La vera posta in gioco è tuttavia ben più alta  di tutto ciò, come è chiaramente confermato dall’ampiezza della raffica di inchieste e di fughe pilotate di documenti istruttori che, uscendo da dossier risalenti a tempi diversi e provenienti da luoghi disparati, vanno a minare all’unisono la credibilità di tutti i maggiori partiti italiani.  Senza pregiudizio per il contenuto di rilevanza eventualmente giudiziaria di tali inchieste, va sottolineata la valenza politica della loro simultanea comparsa in scena. Non è detto che l’operazione riesca, ma sta di fatto che ci sono coloro cui piace l’idea che l’assetto politico attuale della vicina Repubblica da provvisorio ed eccezionale diventi permanente e normale: un governo nominato e non eletto — composto di “tecnici” graditi alle diverse grandi corporazioni — che amministra l’Italia di regola mediante decreti negoziando per così dire dall’esterno con i partiti arroccati ma anche rinchiusi nel Parlamento. In  questa prospettiva è pure partita la campagna per la trasformazione di Pierferdinando Casini in un replicante di Mario Monti: un Mario Monti peraltro più politico dell’originale anche se nella sostanza altrettanto privo di forza propria. L’UDC di Casini infatti non ha minimamente la stazza e quindi la forza attrattiva di cui avrebbe bisogno per divenire quel polo di riaggregazione del centro che pretende di essere. Chi punta alla stabilizzazione della “formula Monti” ha pertanto buoni motivi per gonfiare mediaticamente Casini e l’UDC allo scopo di fare dell’uno e dell’altra l’apparente cuore politico di un regime sostanzialmente tecnocratico da avviare quando, dopo le votazioni del 2013,  l’Italia si dovesse ritrovare con un Parlamento incapace di esprimere una maggioranza di governo e delegittimato dall’astensione di un massiccio numero di elettori. Il piano è questo, ma poi si tratta di vedere se funziona. Ovvero se i partiti riescono a riformarsi e a rinascere oppure se continuano come finora stanno facendo, a camminare sul viale del tramonto.  Questo però sarebbe una disgrazia non soltanto per loro ma anche in genere per la democrazia in Italia.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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