Votazioni del 6-7 maggio: in Italia ha vinto una protesta per ora senza sbocco

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 7 maggio 2012
Nessuno dei maggiori partiti è uscito bene dalle votazioni comunali parziali che hanno avuto luogo ieri in Italia. Non il Pdl di Silvio Berlusconi e di Angelino Alfano, non la Lega Nord, che hanno perso la maggioranza nel consiglio e il sindaco in molti comuni, ma nemmeno il Pd di Pierluigi Bersani che dove vince  ottiene successo grazie a candidati che, come Marco Doria a Genova, fanno capo alla corrente di cui è leader il presidente della Puglia Nicki Vendola e non a quella di Bersani. Nemmeno il movimento di protesta “Cinque stelle”, guidato dal comico-tribuno genovese Beppe Grillo, può cantare davvero vittoria, al di là dei commenti enfatici di quei molti cronisti cui è simpatico. Non ha affatto trionfato, diversamente da come

Grillo si aspettava e proclamava. Andrà al ballottaggio a Parma, dove con il 20 per cento ha ottenuto il suo maggior successo, ma non a Genova, la città di Beppe Grillo. In Italia attualmente alle votazioni comunali nei comuni maggiori si vota separatamente per il sindaco e per il consiglio. Per quanto concerne il sindaco viene eletto subito al primo turno il candidato che ha ottenuto oltre il 50 dei voti. In queste votazioni ciò è accaduto solo a Gorizia, dove ha vinto il candidato del centro-destra, e a Verona, dove il sindaco uscente Flavio Tosi, leghista “anomalo” che si presentava sostenuto anche da una propria lista, è stato così confermato. Altrimenti si va al ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto più consensi. In tutte le altre principali città ove ieri si è votato  andranno al ballottaggio nella buona posizione di candidati che hanno raccolto al primo turno la maggioranza relativa dei consensi: Roberto Scanagatti (Partito Democratico, PD) a Monza; il già citato Marco Doria (PD) a Genova; Leoluca Orlando (Italia dei  Valori / Di Pietro) a Palermo; Vincenzo Bernazzoli (PD) a Parma. Monza e Parma, le cui amministrazioni uscenti erano del PdL costituiscono le maggiori sconfitte per il partito di Berlusconi. Sorprendente è poi la tenuta del PD a Sesto San Giovanni, il grosso comune alle porte di Milano di cui era stato sindaco l’oggi inquisito Filippo Penati, già candidato del centro-sinistra alle elezioni regionali. Diversamente da come molti prevedevano, a Sesto San Giovanni, un tempo definita la “Stalingrado d’Italia”, la candidata sindaco sostenuta dal PD va al ballottaggio con oltre il 46 per cento dei voti.

Queste votazioni hanno riguardato 940 comuni sugli 8.092 che si contano in Italia. E tra questi 940 solo due grandi città, Genova e Palermo. Si tratta comunque di una percentuale troppo ampia per non essere significativa quale sondaggio degli umori politici dell’intero Paese, anche se ovviamente in una circostanza del genere incidono fattori locali che nelle votazioni per il rinnovo del Parlamento nazionale non avrebbero di certo lo stesso peso. Al di là di ogni contingenza ciò che in sintesi emerge è una generale sfiducia verso l’insieme dell’ordine costituito della vita pubblica italiana, una grande sfiducia verso tutte le forze politiche “storiche”. Nel caso del PdL ciò si risolve in un calo diretto dei consensi, mentre in quelli del PD e della Lega Nord si risolve spesso nella preferenza per candidati che si sa essere non graditi all’establishment del partito per cui militano. Poi c’è il caso del movimento “Cinque Stelle” di Beppe Grillo che raccoglie il voto di protesta nel senso classico del termine. In sostanza la protesta, il disagio, la presa di distanze dal ceto politico per così dire in carica è – al di là di ogni altra specificazione – il segnale di fondo che viene fuori da queste votazioni. Purtroppo si tratta per il momento nient’altro che di una protesta, la quale non trova sulla scena della vita pubblica italiana alcun progetto politico e alcun leader in grado di dare ad essa adeguato ed efficace riscontro. Questo è oggi il grande nodo politico della vicina Repubblica, ulteriormente complicato da un aumento dell’astensione di quasi il 7 per cento rispetto ad analoghi appuntamenti elettorali precedenti. Tutto ciò gioca a favore del governo Monti. Dopo i risultati di queste votazioni di certo i partiti che lo sostengono in Parlamento preferiranno continuare a sostenerlo comunque piuttosto che tentare la carta delle elezioni anticipate cui qua e là sembravano indulgere nei giorni  scorsi. Il governo Monti è più saldo in sella di quanto fosse fino a sabato scorso. Coglierà l’occasione per mettersi finalmente a trottare o continuerà a segnare il passo come sta sempre più facendo?  Questo è il problema.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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