Il “riordino” delle Province in Italia: un attacco alle autonomie locali mascherato da razionalizzazione della spesa pubblica

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 13  agosto 2012
In Italia la massima parte dello spreco della spesa pubblica, da cui deriva una pressione fiscale abnorme (pari ormai al 50 per cento o più del prodotto nazionale lordo), dipende dall’amministrazione centrale dello Stato, pletorica e sempre meno efficiente. Di esempi se ne potrebbero fare tanti, ma limitiamoci qui a uno che è immediatamente percepibile da un Paese limitrofo come la Svizzera dal momento che basta passare la frontiera per rendersene conto. L’Italia ha nientemeno che cinque polizie statali armate (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Corpo Forestale dello Stato, Polizia Penitenziaria), tutte quante in vario modo anche con compiti di polizia del territorio. E tutte quante, in particolare le prime tre, in concorrenza tra di loro: una situazione che, a giudicare dalle statistiche sui responsabili di delitti assicurati alla giustizia, giova soltanto ai malviventi. Ciononostante nessun governo è mai riuscito sin qui non dico a ridurle di numero ma nemmeno a coordinarle realmente. Sia in questo che in ogni altro settore dell’amministrazione centrale dello Stato nessun governo ha finora saputo superare la resistenza del coacervo di burocrazie parassitarie trincerate nei ministeri romani nonché della galassia di burocrazie para-statali altrettanto parassitarie loro alleate, che vanno dalle centrali sindacali storiche fino a grandi aziende mangia-soldi come la Rai e l’Alitalia. Basterebbe  a queste latitudini fare un confronto fra come vennero affrontare le due analoghe crisi della Swissair e dell’Alitalia per rendersene conto
Quando come adesso la situazione diventa insostenibile, la burocrazia centrale suggerisce al governo di turno una manovra diversiva ormai classica: il lancio di riforme (che poi di solito finiscono in niente) delle autonomie locali e degli uffici periferici dello Stato. Ed è esattamente questo ciò che ha diligentemente fatto il governo Monti annunciando prima l’abolizione delle Province e più tardi il loro “riordino” non appena qualche presunto esperto si è finalmente accorto che essendo organi previsti dalla Costituzione le Province non si possono abolire senza modificarla, il che in Italia è un processo lungo e complicato. Le Province italiane nascono nel quadro dell’organizzazione dello Stato unitario, istituito e organizzato tra il 1861 e il 1865 in modo rigorosamente centralistico. Vengono fatte coincidere con le Prefetture, organi di decentramento e di controllo di polizia dell’amministrazione statale con a capo il Prefetto, alto funzionario direttamente dipendente dal ministro dell’Interno. In origine il Prefetto era anche capo di diritto della “deputazione provinciale” eletta con voto censitario.
Sia nell’Italia liberale pre-fascista che tanto più durante il fascismo il vero capo della Provincia è il Prefetto. Dopo la fine del fascismo e la nascita della Repubblica italiana il presidente della Provincia diviene elettivo e la Provincia comincia lentamente a diventare un ente di governo locale distaccandosi dalla Prefettura. Non a caso però quasi sempre Provincia e Prefettura hanno tuttora sede in un medesimo edificio. Anche se le sue attuali competenze sono relativamente poche (la principale è quella delle strade dette appunto “provinciali”) indirettamente la Provincia in Italia conta parecchio perché sulla sua circoscrizione si sono rimodellate quelle di una quantità di organi e associazioni, dalle Camere di Commercio alle associazioni sindacali, dai partiti alle più diverse società di rappresentanza economica, civile, culturale. Esiste un certo senso di appartenenza alla Provincia tanto e vero che l’abolizione della sigla di provincia sulle targhe delle auto dispiacque tanto che il governo dovette in qualche modo reintrodurle mettendole (sia pure senza più alcun valore ufficiale)  in una banda a lato della nuova targa alfa-numerica anonima che sarebbe stata imposta dell’Unione Europea, ma che peraltro né la Germania, né l’Austria hanno adottato. Fatto sta che lo scorso 20 giugno il governo Monti ha sancito il “riordino” delle Province con tipico piglio centralistico stabilendo che devono essere accorpate ad altre province tutte quelle che non hanno almeno 350 mila abitanti e almeno 3500 chilometri quadri di superficie. Fra le Province che confinano con la Svizzera italiana scomparirebbero quelle di Verbano-Cusio-Ossola e di Sondrio per insufficienza di popolazione e quella di Varese per insufficienza di territorio. Altrove il rimescolamento sarebbe maggiore. Ad esempio in Toscana le province si ridurrebbero a tre con accorpamenti impensabili come quello di Siena con Firenze e di Livorno con Pisa. Il governo ha comunque passato la patata bollente ai Consigli delle Autonomie Locali, evanescenti assemblee regionali di rappresentanza dei Comuni e delle Province. La cosa più probabile è che infine non se ne faccia nulla, ma se non fosse così sarebbe comunque uno sconquasso inutile. Un organo intermedio di area vasta tra Comuni e Regioni in linea generale è comunque indispensabile. Si tratta allora piuttosto di riorganizzare e razionalizzare le amministrazioni provinciali più che di rimescolarne i territori: un’operazione che nel migliore dei casi non farebbe risparmiare un euro, e nel peggiore (ma più probabile) provocherebbe anzi paradossalmente un incremento della spesa.
Frattanto sullo spunto dell’ondata di interesse in tema di autonomia dei territori che ne è derivata il presidente lombardo Roberto Formigoni ha lanciato l’idea di una “macro-regione” dell’Italia del Nord: un’alleanza fra le regioni settentrionali forte quanto basta per superare finalmente le resistenze del blocco di interessi in Italia si oppongono a riforme strutturali ormai improcrastinabili.

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Il “riordino” delle Province in Italia: un attacco alle autonomie locali mascherato da razionalizzazione della spesa pubblica

  1. Michele Caliandro ha detto:

    Ci sono troppe inesattezze nell’articolo. Una su tutte la questione delle cinque polizie non voglio scrivere di altro. La Guardia di Finanza fa un mestiere che non fa nessuno e non è in concorrenza con nessuno, basta dire che nei grandi Paesi europei ce la invidiano e pensano seriamente di copiarla. La Polizia penitenziaria si occupa solo e soltanto di vigilanza, custodia e traduzione dei detenuti: in tutti i Paesi del mondo è così. Il Corpo forestale idem con patate: semmai al proposito sarebbero da abolire tutti i corpi regionali e locali che si occupano di polizia forestale (male) anche perchè la professionalità degli appartenenti al Corpo Statale è anni luce superiore.
    Unico punto critico è, effettivamente ma solo in parte, la compresenza di due corpi di polizia generalisti, la Polizia di Stato e i Carabinieri. Tuttavia è falso sostenere che non c’è coordinamento, chi lo sostiene ignora evidentemente che sono 30 anni che si fa coordinamento a livello centrale e locale. Ed infatti, rispetto al numero delle operazioni di polizia, chi può fare un esempio reale di “scoordinamento”? Se il “crimine impera” (ma non è poi così tanto vero basta guardare le statistiche di USA, Francia, ecc…) non è certo per la compresenza di più forze di polizia! Analizzare, please, le norme di procedura penale, l’azione della magistratura, i tempi della giustizia, il ruolo degli avvocati e l’azione politica generale…
    Ciò detto ogni diversa opzione va bene non sono contrario ad accorpamenti e razionalizzazioni.

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