La corruzione politica in Italia fa notizia ma la fa un po’ troppo, e questo deve indurre a qualche salutare sospetto

 

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 27 settembre 2012

Il problema della corruzione politica in Italia sta facendo notizia, ma la fa troppo, e questo deve indurre a qualche salutare sospetto. I dati obiettivi non mancano anche se il fatto stesso che gli scandali scoppino è in certo senso un buon segno: la corruzione peggiore non è quella smascherata ma quella di cui non si parla perché continua imperterrita. D’altra parte nessun Paese ne è immune: è un male che va combattuto, e ci sono Paesi ove è molto meno diffuso e molto meglio combattuto di quanto sia in Italia. La vaccinazione però che lo può escludere del tutto purtroppo finora non ce l’ha nessuno.

Fermo restando che lo scandalo del saccheggio dei fondi in dotazione dei gruppi consiliari del parlamento regionale del Lazio deve venire sanzionato e che saccheggiatori e complici devono venire puniti,  è opportuno notare che si sta facendo leva su  di esso per avviare un’altra campagna contro quel poco di autonomia dei governi locali che resta in Italia. L’economia italiana è schiacciata dal peso di una pressione fiscale che ormai è pari a oltre 50% della ricchezza nazionale: un gigantesco monte di risorse sottratte a usi produttivi e spese per lo più molto male dallo Stato, ovvero dal governo centrale, cui fa capo la maggioranza assoluta della spesa nonché il governo dell’intero prelievo fiscale, compreso quello che compete a Comuni, Province e Regioni. In Italia non esiste alcuna forma di concorrenza fiscale: quindi diversamente che in Svizzera chi amministra meglio non può ridurre le imposte ai propri cittadini.

Sin qui nessun governo nazionale sia di destra che di sinistra ha osato mettere mano a una riforma dell’amministrazione centrale dello Stato, cui pure si deve la massima parte degli sprechi della spesa pubblica italiana. Nessuno di essi ha infatti mai osato sfidare  la forza elettorale del blocco costituito da circa 150 mila impiegati dei ministeri romani e affini.  Il problema è ciononostante sempre più urgente. Stando così le cose l’unica maniera per procrastinarlo è quella di distrarre l’opinione pubblica con una bella campagna sugli sprechi degli enti di governo locale: sprechi che ci sono, ma sono bruscolini rispetto agli sprechi dello Stato. Adesso dopo le Province è la volta delle Regioni. Per meglio capire le dinamiche di tale campagna occorre considerare che in Italia il potere centrale è in larga misura un coacervo di burocrazie parassitarie sia statali che parastatali che “parallele”. Il proverbiale “Palazzo” romano è costituito non solo dai ministeri ma anche della Rai, dell’Alitalia (che meritava di fare la stessa fine della Swissair già prima della Swissair e che invece è ancora in scena) e da una quantità di grandi lobbies sindacali nonché da grandi aziende in mano statale ecc. Se dunque si tratta di fare una campagna del genere non sono certo i potenti ma anonimi direttori generali dei ministeri che scendono in campo. Come già altrove ricordavo, in tali  circostanze grandi difensori paralleli del Palazzo romano come Bruno Vespa risultano ben più utili. Dagli studi della Rai, rispetto ai cui sprechi di denaro pubblico quelli del Consiglio regionale del Lazio sono bruscolini, il pifferaio magico Bruno Vespa scende allora  in campo a guidare con  mano sicura il suo vasto pubblico verso l’indignazione contro le Regioni; e quindi a contrariis verso la nostalgia dei bei tempi in cui i prefetti  governavano i territori facendo saltare in padella  sindaci e consigli provinciali.

Si conferma ancora – osservo concludendo — una delle grandi intuizioni di Gianfranco Miglio: la macchina della pubblica amministrazione non è un prodotto della Costituzione bensì il contrario. Quindi non basta di certo da sola una riforma costituzionale a mandare in soffitta centocinquant’anni di gestione centralizzata del potere politico (Segnalo per inciso a chi volesse saperne di più l’agile ma acuto Dare un volto al potere / Gianfranco Miglio fra scienza e politica di Davide G. Bianchi, recentemente  pubblicato da Mimesis). Finora tutti i governi di ogni orientamento che si sono succeduti a Roma, fino all’attuale, sono andati ad arenarsi sui medesimi scogli. Di fronte a questo stallo c’è chi pensa  a una pressione concorde delle Regioni del Nord sul Palazzo romano per ottenere a partire dal suo esterno ciò che a partire dal suo interno è risultato impossibile ottenere: potrebbe essere l’ultima carta che ancora si può giocare.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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