L’attacco del Palazzo romano alle Regioni sullo spunto degli scandali del Lazio: quali veri motivi

 CASO LAZIO / Attenti al “patto” segreto tra i tecnocrati e gli sprechi del Palazzo, Il Sussidiario, 27 settembre 2012

Facendo leva sullo scandalo dei fondi a disposizione del Consiglio regionale del Lazio un nuovo attacco diversivo alle autonomie viene ora sferrato dal blocco costituto proprio da quell’insieme di burocrazie centrali parassitarie cui si deve la quasi totalità dello spreco della spesa pubblica italiana.

Dopo la carica contro le Province affidata al governo Monti adesso è la volta della carica contro le Regioni, che senza più coprirsi con alcuna foglia di fico istituzionale tale blocco sta facendo in diretta. Dico “in diretta” non caso poiché — come è tipico di un blocco di potere le cui componenti “parallele” sono spesso ben più rilevanti di quelle ufficiali – in circostanze del genere le ribalte televisive contano molto di più che non i corridoi dei ministeri. Sono momenti in cui grandi difensori paralleli del Palazzo romano come Bruno Vespa risultano ben più utili di potenti ma anonimi direttori generali ovvero di abili ma grigi estensori di circolari e di polpette avvelenate in forma di articoli di legge offerte con mano lesta a ministri e parlamentari inconsapevoli. Dagli studi della Rai, rispetto ai cui sprechi di denaro pubblico quelli del Consiglio regionale del Lazio sono bruscolini, il pifferaio magico Bruno Vespa scende allora  in campo a guidare con  mano sicura il suo vasto pubblico verso l’indignazione contro le Regioni; e quindi a contrariis verso la nostalgia dei bei tempi in cui i prefetti  governavano i territori facendo saltare in padella  sindaci e consigli provinciali.

Si conferma ancora una volta una delle grandi intuizioni di Gianfranco Miglio: la macchina della pubblica amministrazione non è un prodotto della Costituzione bensì il contrario. Quindi non basta di certo da sola una riforma costituzionale a mandare in soffitta centocinquant’anni di gestione centralizzata del potere (Segnalo per inciso a chi volesse saperne di più l’agile ma acuto Dare un volto al potere / Gianfranco Miglio fra scienza e politica di Davide G. Bianchi, recentemente  pubblicato da Mimesis, e le più ponderose Lezioni di politica dello stesso Miglio edite l’anno scorso da il Mulino).

Beninteso gli scandali vanno smascherati, i sospetti colpevoli vanno processati e se riconosciuti tali vanno puniti, i meccanismi istituzionali che funzionano male vanno riformati. Tutto questo però non c’entra nulla con la natura e la funzione delle istituzioni in cui gli scandali hanno avuto luogo. Pertanto ogni volta che da uno scandalo si cerca di prendere spunto per spazzare via un utile livello di governo democratico è giusto allarmarsi e opporsi con tutte le forze. E ciò tanto più in un tempo come il nostro, nel quale la libertà e la democrazia vengono sempre più compresse e qua e là arretrano – non solo in Italia ma prima ancora in sede di Unione Europea — sotto la spinta di potenti tendenze neo-autoritarie di matrice tecnocratica. La crisi finanziaria della Repubblica italiana — che assorbendo oltre la metà del prodotto nazionale lordo ormai soffoca l’economia, blocca la ricerca e sta spegnendo la scuola – è il problema numero uno della nostra vita pubblica. Per venirne fuori occorre fare innanzitutto una scelta di fondo tra due strade che attengono all’antropologia prima ancora che alla politica e all’economia. Si tratta cioè di decidere se puntare sulla responsabilità della persona, e quindi sulla sussidiarietà e sull’autonomia responsabile ritenendo che l’uomo sia sì fragile di fronte al male ma incline al bene; oppure se, ritenendo che l’uomo sia homini lupus, puntare invece sul governo dall’alto di élites di presunti illuminati, e quindi su poteri forti e perciò centralizzati.  Ad là dei modi educati e dei sobri abiti di ottimo taglio che indossano, Mario Monti, i suoi ministri e le forze extra-parlamentari che li sostengono sono di quest’ultima pasta, e si muovono di conseguenza. Di qui una loro obiettiva sintonia con quel blocco di burocrazie e para-burocrazie centrali parassitarie di cui si diceva, la base del cui potere è quel gigantesco meccanismo di distruzione delle risorse pubbliche che consiste nell’esercizio del controllo senza responsabilità; ovvero a prescindere dalle sue conseguenze effettive sulla realtà delle cose. Sia chiaro, non è questo che i “tecnici” vorrebbero, ma di fatto è ciò che grazie a loro continuerà ad accadere. La realtà delle cose non smetterà ahimè di dimostrare quanto ha sempre dimostrato, ossia che con la centralizzazione e con i controlli centralizzati la spesa pubblica in realtà non si riesce a frenare. Finora tuttavia tutti i governi di ogni orientamento che si sono succeduti a Roma, fino all’attuale pur composto di persone così colte e così bene intenzionate, sono andati a naufragare sui medesimi scogli. Resta ancora una carta da giocare, quella di un’alleanza di Regioni che dalla parte più avanzata del Paese premano con sforzo concorde sul Palazzo romano per ottenere a partire dal suo esterno ciò che a partire dal suo interno è risultato impossibile ottenere.

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a L’attacco del Palazzo romano alle Regioni sullo spunto degli scandali del Lazio: quali veri motivi

  1. Michele Corti ha detto:

    Il potere dell’amministrazione centrale è grande e la capacità di giocarsi abilmente i politici (specie se in altre faccende affacendati) è altrettanto grande. Tra queste amministrazioni e i potentati (non solo i grandi potentati economico finanziari, ma anche quelli sindacali, di categoria, le grandi organizzazioni ambientaliste, i parchi, le tante agenzie del parastato) c’è una contiguità su cui le riforme e le leggi non incidono più di tanto. L’amministrazione centrale con i suoi organi tipo Ragioneria dello stato difende in modo ferreo e arcigno le sue prerogative basti pensare alla riluttanza a mettere in vendita l’immenso patrimonio statale che considera “roba loro”, un po’ come lo stato cui si fa credere che è roba “di tutti” ma in realtà di soggetti sociali ben precisi. In questo l’ideologia del “pubblico è bello” delle sinistre ha giocato molto a favore di queste caste che hanno ricambiato. Il punto, però, è che a livello regionale si sono riprodotte le stesse logiche burocratiche e tecnocratiche. La tecnocrazia attacca le regioni ma esse vanno difese non per le macchine che sono ma per la mai espressa potenzialità di un livello di governo meno estraneo alla società. Da Bassetti a Formigoni i tentativi di modellare la regione su un paradogma diverso non hanno avuto successo. Per difendere bisogna attaccare ma attaccare la tecnoburocrazia non solo dell’amministrazione anche quella di una “casa nostra” regionale che alla fine è sempre casa loro.

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