MATRIMONIO / La stabilità è un punto di partenza, non un punto di arrivo. La Chiesa non dovrebbe aver paura di tornare a dirlo chiaramente

Risulta che oggi in Italia buona parte se non addirittura la maggior parte delle coppie di fidanzati che si iscrivono ai corsi di preparazione al matrimonio cristiano è sempre più spesso costituita da persone già conviventi e talvolta anche già con figli.

Non stiamo qui a discutere dei condizionamenti socio-economici e delle eventuali buone ragioni soggettive che possono essere all’origine di una convivenza pre-matrimoniale more uxorio. Al di là di tutto questo quando però il fenomeno diviene di massa si trasforma in una questione umana nel più ampio senso del termine: una questione sulla quale occorre interrogarsi.

Diversamente da come pretende quel nichilismo dolce alla “Medico in famiglia”, che è la fallimentale cultura comune predominante del nostro tempo, nella relazione coniugale, nel matrimonio la stabilità è un punto di partenza e non un punto di arrivo. Si decide, evidentemente non a caso, di mettersi  insieme con un impegno preso e manifestato  pubblicamente (per il semplice motivo che la sua rilevanza non è solo privata ma anche sociale); e sulla base di tale stabile decisione si costruisce giorno per giorno un’intesa sempre più unica perchè sempre più personalizzata. Pensare di applicare invece a questa cruciale relazione umana il metodo sperimentale proprio delle scienze naturali è una colossale cantonata, le cui conseguenze sempre drammatiche e talvolta anche tragiche sono oramai evidenti a tutti (salvo che a chi decide a priori di non vederle). Fa specie quindi, ed è  segno sconfortante di un’incapacità di reggere il confronto con il mondo, che si arrivi anche al caso di animatori di corsi per fidanzati che danno l’impressione di credere pure loro che la convivenza sia un cammino accettabile al matrimonio cristiano se non addirittura un cammino migliore della castità.

In linea generale e senza pregiudizio per singoli casi eccezionali, il rapporto pre-matrimoniale e la convivenza more uxorio — lungi dall’essere una feconda esperienza di  libertà e di spontaneità – si risolvono comunque in uno spreco o comunque in un’applicazione poco efficiente di risorse emotive e spirituali assai importanti, di grandi valori simbolici nonché di un’energia di straordinaria forza come l’attrazione sessuale. E questo vale per  il matrimonio cristiano come per qualsiasi altro.

Stando così le cose la Chiesa a mio avviso dovrebbe accontentarsi del…lieto fine meno di quanto adesso faccia, e invece non temere di  riaffermare con forza le buone ragioni della sua dottrina sul matrimonio. Sarebbe da fare comunque pro veritate anche in sede di corsi per fidanzati, ma più che mai è da fare prima perché sempre meno persone arrivino al matrimonio come a un già logoro e fragile…tempo supplementare di una partita ormai giocata.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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