Sergio Marchionne e il vero problema-chiave dell’economia italiana di oggi

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano,  6 novembre 2012

“Marchionne: perché investo in Italia”: con questo rassicurante richiamo in prima pagina il Corriere della Sera dello scorso giovedì primo novembre annunciava un’ampia intervista all’amministratore delegato della Fiat che occupava per intero una delle sue pagine interne, e che diversi telegiornali italiani a diffusione nazionale hanno poi annunciato e commentato. L’intervista seguiva di pochi giorni la notizia che al decreto di un tribunale che le ordinava di riassumere nel suo stabilimento di Pomigliano d’Arco (Napoli) 19 operai che aveva licenziato la Fiat aveva reagito annunciando che perciò ne avrebbe messi “in mobilità” (una procedura che in Italia è l’anticamera del licenziamento) altri 19 finora alle sue dipendenze. Senza soffermarci qui su questo episodio, che merita di venire trattato a parte, veniamo invece al nocciolo di quell’ intervista, coronata dall’altrettanto rassicurante titolo “Possiamo farcela, ecco la svolta Fiat. Investiamo in Italia, poi fusione Chrysler”. Come ciascuno può verificare di persona andandosi a leggere l’intervista in questione sull’archivio del Corriere, accessibile via Internet,  la sostanza del discorso di Marchionne è tutt’altra. E, tenuto conto di quanto egli ha detto, il titolo giusto sarebbe stato piuttosto “Come investo in Italia e fino a quando”. Marchionne ha spiegato infatti che nel prossimo futuro riserverà agli stabilimenti in Italia il ruolo (magari prestigioso, osserviamo noi, ma evidentemente di nicchia) di produttori per lo più di auto di alta gamma con i marchi Alfa e Macerati, che tuttavia nel primo caso saranno fabbricate avvalendosi delle “architetture”, delle “piattaforme” e dei motori base della Chrysler, e nel secondo avranno la “piattaforma” della Grand Cherokee, ovvero saranno auto americane vestite all’italiana; nonché di Suv della linea Jeep. Accanto a tutto ciò continuerà in Italia la produzione di auto di modelli per così dire… a consumazione ( vetture Punto, furgoni Ducato ecc.). Nella vicina Repubblica si è poi gioito con lui per il successo della nuova Cinquecento negli Stati Uniti, dimenticando che il nome è italiano e il marchio è Fiat, ma la produzione è ormai emigrata nell’Europa orientale.

In sintesi, ha spiegato  Marchionne al Corriere, “Prima investo qui per fare concorrenza ai tedeschi” e poi, “diciamo nel 2014-2015”, verrà il momento della fusione completa tra Chrysler e Fiat. Una fusione che l’ordine costituito dell’economia e della finanza  italiane – cui il Corriere e la Repubblica danno voce – racconta quasi fosse un balzo verso l’alto della Fiat, quando ovviamente sarà invece il suo risucchiamento al di là dell’Atlantico, la sua trasformazione nella filiale europea della Chrysler. Insomma, nella migliore delle ipotesi qualcosa di simile a ciò che la Opel è per la General Motors, e nella peggiore  più una rete di vendita che una struttura  produttiva. D’altro canto sembra che già da qualche tempo il grosso delle  vetture Fiat  vendute in Italia provenga dai suoi stabilimenti all’estero. Marchionne avrà tanti difetti, ma non quello di dissimulare ciò che pensa e vuole.  E’ piuttosto l’ordine costituito di cui sopra che fa finta di non capire, e che tramite i suoi giornali e telegiornali provvede a narcotizzare di conseguenza l’opinione pubblica italiana, quando farebbe meglio a rendersi finalmente conto di quale sia il nocciolo della questione: ovvero che nel mondo globalizzato in cui viviamo la vecchia Italia dell’epoca della “guerra fredda” non funziona più.

A oltre vent’anni infatti dalla caduta del Muro di Berlino — e malgrado Tangentopoli e la fine della cosiddetta Prima Repubblica che ne furono uno dei contraccolpi — l’economia italiana è ancora condizionata dall’assetto che le venne dato ai tempi della “guerra fredda” quando l’Italia era una delle più delicate aree di contatto fra le due sfere d’influenza americana e sovietica che, caso quasi unico al mondo, l’attraversavano al suo interno. Una complessa situazione la cui eredità sono rendite di tipo corporativo e  distorsioni, tra l’altro il ruolo marcatamente politico della magistratura, nonché una burocratizzazione che fanno dell’Italia la più “ingessata” fra le grandi economie industriali. Nel mondo globalizzato in cui viviamo tutto ciò, come si accennava, sta portando la vicina Repubblica ai margini dell’economia dell’Unione Europea, tanto più che ne deriva una pressione fiscale (pari a oltre il 45 per cento del prodotto interno lordo) superiore di oltre cinque punti a quella della Germania, e di oltre dieci a quelle della Polonia, dove non a caso la Fiat ha grandi stabilimenti, nonché di altri membri dell’Ue come i Paesi Baltici ecc. Per non dire della Svizzera dove rispetto all’Italia la pressione fiscale è inferiore di circa quindici punti. Al d là di tante cose che si raccontano il problema-chiave dell’Italia di oggi è questo, che finora purtroppo nessuno ha saputo affrontare: non Berlusconi ieri, non Monti oggi. E fra quelli che adesso si affacciano alla ribalta non se ne vede uno che sembri all’altezza di questa storica impresa che implica grande chiaroveggenza, straordinaria autorevolezza morale e altrettanto straordinaria capacità di mobilitazione di energie sia intellettuali che sociali.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Sergio Marchionne e il vero problema-chiave dell’economia italiana di oggi

  1. Roberto ha detto:

    Articolo interessanto, ma con un piccolo refuso
    “simile a ciò che la Opel è per la Ford,” doveva dire “simile a ciò che la Opel è per la GM”.
    PS: Nessun commento al mio blog?

  2. Corrado ha detto:

    Il silenzio della fam. Agnelli e’ sconcertante…

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