Il filo rosso che lega insieme Fabio Fazio, Milena Gabanelli, Michele Santoro e gli altri come loro

In una precedente puntata di questo Diario ( “Contro Berlusconi un odio giacobino”, 27 ottobre ultimo scorso) dicevo di un elemento tipico della cultura appunto neo-giacobina, che è poi la cultura giacobina di sempre: la pretesa cioè che l’avversario politico sia non semplicemente qualcuno che dà ai problemi sul tappeto risposte contrarie alle tue ma innanzitutto un individuo indegno, in mala fede, insomma un difensore di interessi sordidi. Ciò tra l’altro ti esenta dalla necessità di spiegare i motivi del tuo giudizio o più ampiamente della tua linea politica. A priori tu hai ragione e l’altro ha torto, tu sei un campione del bene comune e l’altro invece è un ipocrita arroccato nella difesa dei suoi spregevoli interessi.

Tutto questo ovviamente si applica non solo a Berlusconi, ma vale in generale. Per rendersene conto basta ad esempio studiare con attenzione le trasmissioni televisive di conduttori come Fabio Fazio, Milena Gabanelli, Michele Santoro e altri come loro: tutte figure di primo piano di un sistema mediatico complessivo che, per ragioni anche storiche su cui non abbiamo spazio per soffermarci qui, è fortemente sbilanciato a favore appunto di una cultura giacobina per lo più spacciata tout court come cultura di “sinistra”  (benché paradossalmente i suoi contenuti siano anzi molto spesso di “destra”).

Si tratta non a caso di trasmissioni non ufficialmente giornalistiche. Sono infatti delle vere e proprie  rappresentazioni sceniche in cui elementi di fatto vengono intrecciati con elementi di fantasia, con illazioni e deduzioni gratuite e spesso sottintese, con battute ironiche, con montaggi di riprese audiovisive effettuate in contesti e tempi diversi. Il tutto preceduto da un’attenta raccolta di pagliuzze negli occhi altrui all’ombra delle quali poter nascondere le travi negli occhi propri. E’ di rilievo poi il ruolo di ospiti fissi come  Roberto Saviano o Marco Travaglio i quali sullo spunto di fatti del momento trasmettono in sostanza un messaggio  di generale e radicale discredito rispettivamente del mondo dell’economia e del mondo della politica. Nell’un caso l’idea secondo cui qualsiasi imprenditore è in sostanza un criminale e un attuale o futuro complice o alleato della mafia, della camorra, del ‘ndrangheta. Nell’altro l’idea secondo cui chiunque faccia politica da posizioni non di “sinistra” è un attuale o futuro ladro. Mentre a Luciana Littizzetto si affida il compito di dire che ognuno può fare sempre e comunque  ciò che vuole: un criterio in base al quale qualsiasi cosa diventa un diritto, anche lo stupro.

In realtà sarebbe importante rendersi conto che — a prescindere da opacità e malversazioni che beninteso sono da condannare e da reprimere, e di cui peraltro nessuna parte  è del tutto esente —  il nocciolo della questione è ben altro. E’ la decisione tra una politica che ha fiducia nell’uomo in genere, e che scommette innanzitutto sulle energie positive della società civile da un lato; e dall’altro su una politica che ha più fiducia in élites le quali si ritengono illuminate e che scommettono innanzitutto sul ruolo dello Stato, e quindi sulla crescita indefinita delle imposte come strumento di equa ridistribuzione di una ricchezza che la società tenderebbe sempre a distribuire in modo iniquo. Sarebbe bello se finalmente il dibattito politico potesse vertere su questioni di fondo come queste invece che su pettegolezzi e calunnie.

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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