Primarie del centro-sinistra: una novità di rilievo, ma che ciononostante non promette niente di buono

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 25 novembre 2012, ore 22,45

Con circa quattro milioni di votanti — che per partecipare a queste votazioni si sono pubblicamente iscritti a un “Albo degli elettori di centro-sinistra” — le primarie per la scelta del candidato premier del centro-sinistra, che si sono svolte ieri in Italia sotto la guida del Partito Democratico, costituiscono senza dubbio un importante fatto nuovo nel panorama politico della vicina Repubblica. Stiamo parlando di un Paese di 60,5 milioni di abitanti (quasi 8 volte la Svizzera); quindi di una cifra notevole in valore assoluto ma comunque esigua in valore relativo rispetto al numero dei voti che occorrono per conquistare la maggioranza nel Parlamento di Roma. Non di meno si tratta di un evento significativo che il PD aveva attentamente preparato potendo contare su determinanti risorse ereditate dal vecchio Partito Comunista Italiano, PCI: da un lato una forte presenza organizzata sul territorio, e dall’altro il consenso di larghissima parte del mondo giornalistico (comprese paradossalmente le redazioni dei telegiornali di Mediaset) nonché di settori importanti del mondo della scuola, della cultura, dell’università e dei tribunali.  Un capitale accumulato negli anni della Guerra fredda, nel quadro del complesso gioco di do ut des  con la Democrazia Cristiana, grazie soprattutto alla miopia di quest’ultima. Sapendo però bene che il suo elettorato di appartenenza corrisponde oggi a un’area sociale strutturalmente di minoranza, il PD puntava e punterà a raccogliere anche una quota  di voti che sarebbero di centro-destra. In tale prospettiva le primarie hanno avuto luogo all’insegna del motto “Italia, bene comune”, brillante intreccio di temi che attingono al nazionalismo da un lato e alla dottrina sociale cattolica dall’altro. Il tutto condito con una grafica basata non soltanto sul tricolore ma persino sull’indaco, lo  storico colore di Casa Savoia che  l’attuale maglia azzurra delle squadre nazionali sportive italiane cautamente riecheggia. Mentre scriviamo non si hanno ancora dei risultati definitivi ma, secondo sondaggi dell’Istituto Piepoli (che lo spoglio effettivo sta più o meno confermando), con il 44% Pierluigi Bersani sarebbe al primo posto ma appunto senza raggiungere il traguardo di quella maggioranza assoluta che avrebbe evitato il ricorso al ballottaggio. Matteo Renzi sarebbe al secondo posto con il 36%  seguito da Nichi Vendola con il 16%. A grande distanza Laura Puppato (3%) e Bruno Tabacci (1%). Tutto insomma abbastanza nelle previsioni, ma con l’eventualità che il ballottaggio, in programma domenica prossima 2 dicembre, riservi delle sorprese. Nel loro sostanziale significato di grande operazione di riaccreditamento socio-politico del Pd queste primarie sono comunque un successo che il partito sta sfruttando benissimo. Ciò getta per contrasto luce impietosa sulla situazione di sbando in cui si trova invece il Partito della Libertà dove Berlusconi inaspettatamente ha appena annunciato di voler tornare sulla scena, il che vanificherebbe le già traballanti primarie prossime venture del centro-destra.

Bersani, Renzi - © Marina Molino 2012

Bersani, Renzi – © Marina Molino 2012

Sin qui il quadro di ciò che è oggi alla ribalta della vita pubblica italiana. Al di là di esso è però il caso di andare a vedere di che cosa l’Italia ha davvero bisogno per uscire dal vicolo cieco in cui in questi ultimi anni è andata a finire. Con le imposte che effettivamente si mangiano circa la metà del prodotto nazionale lordo, con una burocrazia centrale tanto vorace quanto inefficiente, con sindacati storici corporativi che stanno mandando fuori mercato non solo gli stabilimenti italiani della Fiat in particolare ma anche l’industria manifatturiera in genere, con una magistratura che può permettersi di bloccare un’intera acciaieria nemmeno con una sentenza passata in giudicato ma addirittura con un semplice provvedimento cautelare, l’Italia ha necessità urgente di profonde e rapide riforme di struttura. Sono riforme che il PdL di Silvio Berlusconi aveva promesso ma poi non ha saputo fare, ma che il PD né promette, né può promettere, né potrebbe fare. Non sono compatibili infatti né con la sua base sociale, né con la sua filosofia politica. Per il mondo del PD e dei suoi alleati l’economia produttiva è solo la proverbiale vacca da mungere per finanziare la crescita senza fine di una rete di servizi sociali gestiti e controllati dallo Stato. E la panacea di tutti i mali sarebbe la repressione senza scampo dell’evasione fiscale: in realtà una rosea speranza in un Paese dove l’IVA è al 21 per cento, le imposte sul reddito delle imprese si aggirano attorno al 30 per cento, buona parte delle famiglie è tassata dal 40 per cento in su, e dove a chi ha figli si chiede di pagare le stesse imposte che paga chi non ne ha. Per il momento insomma rispetto ai problemi reali sul tappeto non ci si possono ahimè attendere in Italia soluzioni efficaci né da una parte né dall’altra.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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