Realtà e commedia del grave fardello con cui l’Italia entra nel 2013

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 2 gennaio 2013

Nella misura in cui un pronostico è possibile in una situazione tanto fluida, la scena della vita pubblica in Italia si apre in questo nuovo anno all’insegna dell’instabilità. Le imminenti votazioni per il rinnovo del Parlamento di Roma, in programma nel prossimo febbraio, non vedranno più il confronto tra due sole grandi coalizioni rispettivamente di centro-sinistra e di centro-destra. Venuto meno il “bipolarismo” (anche se è difficile dire se si tratti di un‘eclissi oppure di un definitivo tramonto),  gli elettori saranno chiamati a scegliere fra tre o forse anche  quattro blocchi, nessuno dei quali tuttavia appare oggi in grado di giungere a raccogliere tutti i consensi che servono per far scattare il cosiddetto “premio di maggioranza”; e quindi per governare senza bisogno di alleanze esterne. Non il Partito Democratico, cui pur si prospetta la maggioranza relativa, e nemmeno il “movimento civico” che fa capo a Mario Monti. Malgrado infatti tutto l’appoggio che gli viene dall’ordine costituito dell’economia e della finanza —  che per l’occasione si è schierato dietro di lui compatto come mai prima era accaduto —  nel loro insieme i gruppi politici che sostengono Mario Monti ben difficilmente potranno raccogliere più del 20 per cento del voto popolare.

Il Partito Democratico, PD, di Pierluigi Bersani dovrebbe, dicevamo, ottenere la maggioranza relativa, mentre il partito di Silvio Berlusconi (che finora continua a chiamarsi, Partito della Libertà, PdL) pur perdendo il suo precedente primato non dovrebbe scendere sotto il 20 per cento. Al di là delle personali vicissitudini e intemperanze del suo leader, il PdL dà rappresentanza politica a un segmento della società italiana che altre formazioni non sono in grado di rappresentare. E ciò vale in modo analogo per la Lega Nord. Diversamente pertanto da quanto credono le élites, gli elettori che malgrado tutto continueranno a votare per il partito di Berlusconi, e rispettivamente per il partito fondato da Umberto Bossi e oggi in mano a Roberto Maroni, lo faranno non per ingiustificata indulgenza o perché abbindolati bensì perché vedono che comunque quei due partiti — malgrado i limiti  ma anche grazie al carisma di chi li ha fondati e li anima —  danno adeguata rappresentanza ai loro giustificati iinteressi. Senza dimenticare che alla gente comune, non senza buoni motivi, spesso piacciono in ogni caso di più  personaggi da bar sport  come Berlusconi  e Bossi che personaggi da golf club come Monti. Chi dunque mette alla gogna Berlusconi, Umberto Bossi e i suoi — credendo che ciò basti per far sparire dalla scena PdL e Lega Nord — perde il proprio tempo. Coloro che nutrono questa ambizione dovrebbero piuttosto impegnarsi a dare convincenti risposte alternative a quella medesima domanda politica. Sin qui il quadro della scena che in questo inizio del 2013 si apre sul palcoscenico della vita politica italiana.

Al di là poi di quanto può accadere e accade su tale palcoscenico, c’è da considerare la sostanza della situazione sociale e rispettivamente della situazione economica in Italia. La sempre più difficile coabitazione tra un blocco sociale che continua a sperare nell’assistenzialismo, e un blocco sociale fatto da gente consapevole che oggi occorre soprattutto saper competere (sia come persone che come Paese) in un mondo ormai definitivamente globalizzato, è l’attuale problema socio-economico di fondo, purtroppo ben di rado esplicitato, della società italiana. Questi due blocchi hanno la loro testa l’uno nel Nord e l’altro rispettivamente a Roma e nel Sud, ma le loro code serpeggiano ovunque nel Paese. Nessun schieramento politico li rappresenta poi in esclusiva: sono presenti in ognuno di essi, seppur in diversa proporzione. Perciò, ogni volta che qualche governo ha voluto porre mano a riforme davvero incisive, il sommarsi dell’opposizione interna e di quella esterna le ha sin qui bloccate. L’unica, seppur importante, eccezione a tale quadro è la riforma delle pensioni, che prima di arenarsi il governo di Mario Monti è riuscito a fare all’inizio del proprio mandato. Quale che sia l’esito delle votazioni del prossimo febbraio tale stato di  cose è destinato a perdurare. Pertanto l’avvio di autentiche riforme continuerà ad essere quasi impossibile. Per quanto concerne poi l’economia, i proverbiali “colli di bottiglia” non si contano. Ne ricordiamo qui i principali servendoci di alcuni dati-chiave ( e indicando tra parentesi, a titolo di paragone, il corrispondente dato relativo alla Svizzera). Grado di libertà economica: Italia, 92° posto (Svizzera, 5° posto) secondo l’edizione 2012 dell’autorevole Index of Economic Freedom dell’Heritage Foundation. Rapporto debito pubblico/prodotto nazionale lordo: 120,11 per cento (Svizzera, 35 per cento) secondo dati del Fondo Monetario Internazionale riferiti al 2011. Rapporto pressione fiscale/prodotto nazionale lordo:  43,5 per cento (Svizzera, 29,4 per cento) secondo dati dell’OECD riferiti al 2009; le Camere di Commercio italiane ritengono però che  questa percentuale ufficiale non corrisponda alla realtà e che in effetti la pressione fiscale italiana sia attorno al 50 per cento. IVA ordinaria: attualmente al 21 per cento ma al 22 per cento dal prossimo luglio (Svizzera, 8 per cento). E’ questo il grave fardello che l’economia e la società italiane si portano sulle spalle entrando nel nuovo anno ora iniziato. Chiunque governerà l’Italia dal prossimo febbraio in avanti andrà misurato sulla base della sua capacità di alleviarlo effettivamente. Sin qui non l’ha fatto nessuno; non il pittoresco Berlusconi ma nemmeno il plumbeo Mario Monti, per non parlare di tutti quelli che li hanno preceduti nei circa venticinque anni di spese e di scelte irresponsabili (mai adeguatamente denunciate da una stampa in fin dei conti sempre succube del potere) che ci hanno portato fino a questo punto.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Realtà e commedia del grave fardello con cui l’Italia entra nel 2013

  1. Andrea Ruggiu ha detto:

    Mi stavo interrogando sul come mai il professor Monti, che dovrebbe in linea di principio rappresentare le istanze di quel “blocco sociale fatto da gente consapevole che oggi occorre soprattutto saper competere (sia come persone che come Paese) in un mondo ormai definitivamente globalizzato”, abbia ottenuto l’appoggio proprio da quelle forze politiche (UDC e FLI) in cui, almeno all’apparenza, è proprio la tendenza opposta a prevalere, e che cosa questo potrebbe generare in caso di un nuovo mandato affidato all’attuale premier dimissionario.

    • Robi Ronza ha detto:

      Trovo anch’io la cosa molto sorprendente, ma forse si spiega con il carattere bi-fronte di quella storica alta borghesia italiana di cui Mario Monti è un esponente insigne e la sua Università Bocconi è l’alma mater: un ceto che — sin da quando Cavour lo forgiò per farne il motore del nascente Stato italiano — è vissuto da un lato rivendicando idee liberali ma dall’altro stando all’ombra della protezione statale. Una duplicità che la storia della Fiat e delle banche “d’interesse nazionale” ben simboleggia ma non esaurisce. E che poi finisce per riemergere talvolta anche malgrado la buona volontà degli interessati come il braccio artificiale fissato alla spalla dello scienziato tedesco passato al servizio degli Usa nell’indimenticabile film “Il dottor Stranamore”. Il braccio che ogni tanto scattava nel saluto nazista provocando l’automatico “Heil Hitler!” del suo imbarazzato portatore nel personaggio magistralmente interpretato da Peter Sellers.

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