Non c’è soltanto il dovere dei cittadini di pagare le imposte. C’è anche il dovere dello Stato di non depredare i cittadini.

Pressione fiscale illecita e immorale, Editoriale, La nuova bussola quotidiana, 10 gennaio 2013

“Partito il redditometro? Parti anche tu”:  se si inserisce la parola “redditometro”   nei maggiori motori di ricerca, in questi giorni esce tra i primi questo titolo cui segue l’indirizzo di un’agenzia specializzata  nell’assistenza al trasferimento di aziende dall’Italia alla Svizzera, compreso il trasferimento  o la permuta di beni di lusso (prime fra tutte le auto di grossa cilindrata, motoscafi e altri beni di lusso che il redditometro prende di mira): trasferimenti che sono peraltro perfettamente legali.  Già da tempo era in corso l’esodo verso la Svizzera italiana di piccole e medie imprese lombarde e piemontesi in un Paese straniero vicinissimo dove si parla la stessa lingua, e dove la pubblica amministrazione è rapida ed efficiente, la pressione fiscale è inferiore di 20 punti alla nostra e l’IVA è all’8 per cento invece di essere al 21. Adesso l’esodo tende a trasformarsi in una fuga in massa.  Per fortuna dello Stato italiano la Svizzera cisalpina e italofona è fisicamente  troppo  piccola per contenere tutta l’industria delle zone ad essa limitrofe del nostro Paese (che  hanno complessivamente una popolazione pari a quella delle Marche e dell’Umbria messe insieme);  altrimenti tale industria finirebbe per trasferirsi in massa oltre frontiera.

Si parla fin troppo nel nostro Paese del dovere morale del cittadino di pagare le imposte  senza altrettanto sottolineare che ad esso corrisponde il dovere dello Stato  di non depredarlo e di non sprecare le entrate fiscali raccolte. E in Italia c’è molta evasione ma anche molto saccheggio e spreco statali delle risorse della società civile.  Quello che non si capisce o si finge di non capire —   da parte di quel mondo di uomini dabbene di cui l’austero Mario Monti è  campione e stendardo — è che i due doveri in questione implicano un certo equilibrio tra loro mancando il quale lo stringersi della morsa dei  controlli di polizia fiscale non riesce comunque a ridurre l’evasione al minimo. In compenso deprime i consumi e schiaccia l’economia produttiva spingendo le imprese alla fuga dall’Italia verso altri Paesi dell’Unione Europea o anche altrove. Le imprese piccole e medie migrano verso Paesi vicini, come appunto la Svizzera, e le altre nelle più diverse parti di un mondo la cui economia è ormai globalizzata (come, se lo si vuol vedere, si vede benissimo nel caso della Fiat).

Una pressione fiscale smisurata, come quella che si registra in Italia, è tanto moralmente illecita quanto l’evasione. Sarebbe ora di cominciare a dirlo, e soprattutto di cominciare a tenerne conto. Nel tentativo, obiettivamente protervo,  di combattere l’evasione senza ridurre la pressione fiscale entro limiti sostenibili, nel nostro Paese si sta montando una macchina che per vari aspetti viola principi di libertà anche di rilievo costituzionale. Principi la cui attuazione a suo tempo venne giustamente  considerata come  uno storico passo avanti sulla via della democrazia sostanziale. Con la riforma fiscale passata alla storia con il suo nome, ed entrata in vigore nel 1951, il ministro Ezio Vanoni aveva sostituito al principio dell’accertamento dei redditi dei cittadini da parte dello Stato quello della denuncia dei redditi da parte dei cittadini. Con il “redditometro” viene invece reintrodotto  surrettiziamente il principio dell’accertamento, che di natura sua è arbitrario, e per di più agendo non sul lato del reddito ma su quello dei consumi  che, essendo nel loro insieme  più che mai imponderabili, aprono più che mai la via all’arbitrio o comunque all’ingiustizia.

In linea generale, e non solo nel campo delle imposte, la principale vittima  dei più recenti sviluppi della legislazione e della prassi giudiziaria italiane è poi quel fondamentale pilastro della civiltà giuridica che è l’incombenza su chi accusa dell’onere di provare  le proprie accuse. Oggi siamo sempre più spesso di fronte a un ribaltamento dell’onere di prova sulle spalle di chi è accusato.    Sarebbe ora di rendersi conto che  un simile passo indietro  è un pericolo  per tutti, contro cui tutti quanti avremmo ottimi motivi per mobilitarci. Può far comodo (ma in ogni caso è un comodo illecito) a organi inquirenti ormai più abituati alla facile ricerca di “collaboratori di giustizia” e di ambigue intercettazioni telefoniche che all’ardua attività investigativa, ma diventa una spada di Damocle appesa sulla testa di chiunque venga preso di mira da un accusatore politicamente forte e con amicizie importanti nel mondo della stampa e della Tv.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Non c’è soltanto il dovere dei cittadini di pagare le imposte. C’è anche il dovere dello Stato di non depredare i cittadini.

  1. p@t ha detto:

    Ben detto Ronza… assolutamente condivisibile.
    La pressione fiscale ha raggiunto dimensioni inimmaginabili e insostenibili e non se ne può più. Io le tasse le ho sempre pagate in anticipo, avendo lavorato per oltre quarant’anni come dipendente.
    Anni fa, quando hanno introdotto una specie di ‘redditometro’ (o simile) per i lavoratori autonomi, ricordo che la cosiddetta “cifra minima” per il calcolo delle imposte era ben lungi da quanto realmente guadagnato quell’anno da mio marito e lui si è rifiutato di prenderla in considerazione, procedendo alla compilazione della denuncia per le “effettive” entrate, aggiungendo una postilla (allora c’era uno spazio dedicato ad eventuali comunicazioni) nella quale dichiarava di essere disponibile a qualunque tipo di controllo avessero ritenuto di fare.
    In casi analoghi però, sono sempre pochi i soggetti che si ‘ribellano’ veramente…

  2. VANONI Giacomo ha detto:

    La lettura di questo bellissimo articolo si collega evidentemente a quello del 12/1/2013 (ilSussidiario.net) su “Il modello RED 2011: alla ricerca del Pensionato evasore”, riguardo al quale sarebbe necessario approfondire la questione del “RED 2011-redditi 2010” tenendo conto anche dei seguenti aspetti:
    1) impiegati INPS e dei patronati hanno detto in questi giorni agli interessati che questa “campagna” è nata perché INPS non ha correttamente caricato nel proprio archivio i moduli RED relativi ai redditi 2010 che pure erano stati regolarmente e per tempo registrati presso i patronati.
    2) Addetti dei patronati hanno detto che di fronte a questo fatto INPS ha rifiutato di ricevere dai patronati le prove da loro tuttora possedute dell’avvenuta dichiarazione, con cui avrebbe potuto aggiornare i suoi archivi: INPS ha invece scelto di inviare questa ineffabile lettera, chiedendo agli interessati di ripetere l’operazione.
    3) La lettera inviata dall’INPS ai pensionati contiene alla fine una frase che è probabilmente ai limiti della truffa; INPS infatti ha scritto: “se nel frattempo ci ha già comunicato la Sua situazione reddituale relativa all’anno 2010, La preghiamo di non tener conto di questa richiesta”: ma siccome INPS non ha nei propri archivi traccia dell’avvenuta dichiarazione, tutti quelli che avevano presentato la dichiarazione a un patronato e “non tenendone conto” non faranno entro febbraio una nuova dichiarazione potrebbero vedersi tolta la pensione (facile immaginare il conseguente contenzioso: “ma io ho la ricevuta del patronato…” “ma INPS non ha i dati…” “colpa dell’INPS… no, colpa, del patronato… no, colpa del pensionato…”); questo ai pensionati non lo ha detto nessuno.
    4) Quindi l’unica soluzione è di andare in fretta presso un patronato e far trasmettere nuovamente la dichiarazione RED per i redditi 2010 (sperando che questa volta arrivi a buon fine). Questa operazione è gratuita per l’interessato (a parte il disagio, le file, il tempo perso, lo stress): quindi immagino che questo significhi che l’INPS (con le nostre tasse) riconoscerà ai patronati un compenso unitario per ogni nuova dichiarazione ricevuta (superflua perché doppia). Moltiplicando per 900.000 casi, non si tratta di pochi soldi: che vanno a beneficio di chi ? Forse è per questo che i patronati e i sindacati, invece di organizzare una mobilitazione di tutti gli interessati per chiedere la testa di Matropasqua e di Fornero, stanno organizzando gli straordinari per fronteggiare la inaspettata mole di lavoro.
    Dov’è la nostra solerte Procura della Repubblica ? qui non ci sono in ballo alcuni pranzi al ristorante …
    5) I RED per i redditi 2010 sono stati raccolti entro la metà del 2011: come mai ci si è accorti ora della perdita dei dati, e si è scelto di far arrivare a così tanti pensionati una lettera come questa (che provoca grave allarme sociale, dato che contiene la esplicita minaccia di sospensione e revoca della pensione di invalidità) proprio all’inizio di gennaio 2013, con scadenza febbraio 2013? Ma che coincidenza, a fine febbraio ci sono le elezioni…
    6) Con un sistema informativo di questa robustezza, in cui dati obbligatori di centinaia di migliaia di cittadini possono tranquillamente essere perduti da un ente pubblico dell’importanza dell’INPS, ora il nostro ineffabile stato si appresta a usare i suoi infallibili archivi informatici per vessarci con il redditometro. Dopo saremo noi a dover dimostrare che no, non abbiamo acquistato una villa in Sardegna (magari non accatastata) …
    Mala tempora currunt …

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