Elezioni in Italia: un primo sguardo d’insieme

 Taccuino Italiano, Giornale del Popolo,Lugano,  21 gennaio 2013

Questa sera alle 18 scade il termine per la presentazione delle liste dei candidati tra cui il 24-25 febbraio prossimi gli elettori sceglieranno i 315 senatori e i 630 deputati del nuovo  Parlamento italiano.  Per quanto concerne invece i candidati alle contemporanee votazioni per i presidenti e i consigli (parlamenti) regionali della Lombardia, del Lazio e del Molise il relativo termine sono le ore 12 del prossimo sabato 26 gennaio. Nel turbine delle notizie finora macinate o meglio frullate  senza tregua da radio, tv e media via internet, è molto difficile distinguere tra fatti e ipotesi, tra realtà e auspici. Quindi al riguardo è preferibile non anticipare conclusioni.

Frattanto vale la pena di sottolineare che in Italia – ove come noto è in corso un processo di riforma delle istituzioni per adesso rimasto a mezza strada —  la “macchina” istituzionale dello Stato e quella delle Regioni sono molto diverse, e diversi sono pure i meccanismi delle rispettive votazioni.  Lo Stato è una repubblica parlamentare  ovvero: il popolo vota il Parlamento, che poi procede a eleggere il presidente del Consiglio (Primo ministro) e i ministri, nonché ogni sette anni anche il Presidente della Repubblica, in quest’ultimo caso nel quadro di un apposito collegio elettorale costituito, oltre che dai membri delle due Camere, anche da rappresentanti delle Regioni. Come elegge il presidente del Consiglio e i ministri il Parlamento li può anche congedare  con un voto detto “di sfiducia”. Si aggiunga che, in base alla legge vigente,  gli elettori votano solo il simbolo della lista che preferiscono potendo così determinare soltanto il numero dei seggi cui essa avrà poi diritto al Senato e rispettivamente alla Camera. I seggi vengono poi attribuiti ai vari candidati in base  all’ordine in cui sono elencati nelle liste. Quindi sono le segreterie dei partiti che mettendo un nome più in alto o più in basso decidono chi entrerà di sicuro in Parlamento, chi forse ci entrerà e chi invece di sicuro ne resterà fuori.

Le Regioni invece sono in certo modo delle “repubbliche presidenziali”: il popolo elegge direttamente sia il presidente della Giunta (governo) regionale che i propri rappresentanti nel Consiglio (parlamento) regionale. Gli assessori (ministri) regionali vengono nominati e revocati dal presidente. Gli elettori votano sia il simbolo della lista e sia il nome del candidato preferito. Se il presidente si dimette anche il Consiglio regionale decade e si va a nuove votazioni. Questo spiega tra l’altro in particolare il grande peso politico che, anche in sede nazionale, ha il presidente della Lombardia. Capo del governo della più sviluppata e popolosa regione italiana (la Lombardia ha più abitanti di quelli del Piemonte e del Veneto messi insieme) ,egli gode infatti di una legittimazione popolare diretta nonché di una stabilità al potere ben maggiori di quelle dello stesso capo del governo di Roma. Al di là di ogni causa immediata ciò aiuta a capire per quali motivi sostanziali la giunta Formigoni a Milano e il governo Monti a Roma sono caduti uno dopo l’ altro; e come mai in questi giorni in Italia si parli contemporaneamente e sopratutto delle votazioni nazionali e di quelle regionali lombarde, mentre di quelle laziali e molisane si parla poco o nulla. Se il Molise è una regione piccola (ha meno abitanti della provincia di Lecco) e non particolarmente sviluppata, il Lazio è in pratica un guscio vuoto  ( la città di Roma ha circa due terzi della sua popolazione).

In Lombardia le due grandi forze in campo sono da un lato la coalizione PdL/Lega Nord già al governo con Formigoni, che candida come nuovo presidente lombardo l’attuale leader leghista ed ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, e dall’altro la coalizione PD/SEL (il partito di Nichi Vendola) che candida Umberto Ambrosoli, nuovo alla politica ma forte da un punto di vista  simbolico  essendo il figlio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli che venne ucciso da un sicario nel 1979 mentre ricopriva in modo inflessibile il suo incarico di liquidatore della  Banca Privata Italiana di Michele Sindona (poi condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio e infine morto avvelenato nel carcere di… massima sicurezza ove stava scontando la pena). L’ex sindaco di Milano e attuale europarlamentare Gabriele Albertini è il candidato presidente della lista che fa riferimento a Mario Monti e che gode di importanti e crescenti sostegni nel mondo dell’economia privata e delle professioni. Difficilmente può vincere, ma facilmente può far perdere la coalizione PdL/Lega Nord. In sede nazionale le maggiori forze in campo sono le stesse che si fronteggiano in Lombardia, ma qui gli antesignani sono ovviamente i capi supremi dei tre schieramenti, ossia Berlusconi, Bersani e Monti. Si aggiungono formazioni minori sia attorno al PdL che a sinistra del PD/SEL. Questo è il quadro a grandi linee su cui torneremo la settimana ventura a liste ormai depositate.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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