Dopo le elezioni in Italia: quali prospettive

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 26 febbraio 2013

Le votazioni per il rinnovo del Parlamento si sono concluse in Italia con un testa a testa fra la coalizione di centro-sinistra di Bersani e Vendola da un lato e dall’altro quella di centro-destra di Berlusconi e Maroni che ha dato un sorprendente risultato: alla Camera dei Deputati la minuscola differenza tra i voti raccolti dal centro-sinistra, 29,54 per cento, e quelli raccolti dal centro-destra, 29,18 per cento, è bastata per far scattare il cosiddetto “premio di maggioranza” a favore del centro-sinistra cui è stata perciò assegnata la maggioranza assoluta dei seggi. Al Senato invece, dove il premio di maggioranza scatta o non scatta alla scala di ciascuna Regione e non dell’intero Paese, la vittoria del centro-destra in Lombardia, di gran lunga la più popolosa regione italiana, ha fatto sì che  nessun abbia in questo caso la maggioranza assoluta. Dal momento che in Italia per governare occorre avere una maggioranza sicura in entrambi i rami del Parlamento, stando così le cose né il centro-destra né il centro-sinistra sono oggi in grado di eleggere e poi per sostenere stabilmente un governo.  C’è poi l’incognita del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, una nuova forza politica sostanzialmente anarchica che, superando anche le più rosee previsioni, ha raccolto il 25,55 per cento dei consensi alle votazioni per la Camera e il 23,79 per  cento a quelle per il Senato.  La lista che fa riferimento a Mario Monti infine non è andata oltre il 10,56 per cento alla Camera e il 9,13 per cento al Senato: un esito fallimentare in proporzione alle aspettative che avevano riposto in lui i suoi “grandi elettori”, ossia quei grandi gruppi finanziari-industriali italiani di cui il Corriere della Sera è il principale portavoce, i governi francese e tedesco e le forze che predominano nella Commissione Europea.

In un Paese in cui si pensa che compito del Parlamento sia quello di trovare un compromesso accettabile per tutte le parti politiche il popolo ha voluto che in esso fossero presenti, una situazione del genere verrebbe vissuta come impegnativa ma non  come drammatica. Non è invece così in Italia, dove in Parlamento ci sono forze — come da un lato il centro-sinistra di Bersani e Vendola e dall’altro oggi il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo (o ieri l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro) — che tendono a delegittimare i loro antagonisti di centro-destra e a rifiutare a priori qualsiasi accordo con loro. Perciò subito da alcuni esponenti del Partito Democratico di Bersani è stata lanciata l’idea di tornare di nuovo a votare. Merita al riguardo di venire sottolineato – osserviamo noi – il carattere autoritario di tale pretesa, che equivale a presupporre che se il popolo non vota come ci si attende si sbaglia; e quindi bisogna rimandarlo a votare un’altra volta perché possa…rimediare al proprio errore. Molto bene però il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è intervenuto a dire che di nuove votazioni non se ne parla, e che invece il Parlamento appena eletto deve trovare il modo di eleggere un nuovo governo. Nondimeno si può prevedere che a Roma si vada incontro a un periodo  caratterizzato da governi fragili e instabili.

Diversa è la situazione in Lombardia, la regione-chiave fra le tre di cui contemporaneamente si sono eletti i nuovi presidenti e i nuovi consigli (parlamenti) regionali.  Qui si è delineato un quadro del tutto diverso da quello nazionale: la coalizione di centro-destra (PdL,  Lega Nord, Lista per Maroni e forze minori) ha vinto con ampio vantaggio su quella di centro-sinistra. Roberto Maroni, candidato presidente del centro-destra, è stato eletto con il 43,4 per cento dei voti contro il 38,4 per raccolto da Umberto Ambrosoli, candidato presidente del centro-sinistra. Il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo (12,9 per cento) e rispettivamente la lista per Monti guidata dall’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini (4,2 per cento) hanno raccolto un numero di consensi molto inferiore alle loro medie nazionali. Come prospettavamo nel “Taccuino Italiano” che il GdP pubblicò sabato scorso 23 febbraio, il combinarsi di fragili governi nazionali prossimi venturi a Roma con l’insediamento a Milano di uno stabile governo regionale presieduto da Maroni apre perciò la strada a quel progetto della “macro-regione del Nord” che è probabilmente l’unica via  realisticamente possibile per far uscire dalla crisi non solo il Nord ma tutta l’Italia.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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