Crisi politica italiana: torna in scena Machiavelli, ma ha la faccia di D’Alema

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 12 aprile 2013

Per un coincidere di date ovviamente imprevisto e imprevedibile la crisi politica in atto in Italia viene ulteriormente complicata dalla scadenza del mandato del Presidente della Repubblica. Eletto il 10 maggio 2006, Giorgio Napolitano sta concludendo il suo settennio di permanenza in tale carica cui, per tradizione ormai consolidata, non è rieleggibile. Giovedì prossimo, 18 aprile, verrà convocata in prima seduta la particolare assemblea di grandi elettori che a norma della Costituzione vigente elegge il presidente della Repubblica italiana: un’assemblea — che verrà presieduta dal presidente della Camera, Laura Boldrini — costituita dai membri dei due rami del Parlamento (630 deputati, 315 senatori eletti più alcuni senatori a vita) e dai rappresentanti delle Regioni. Salvo il caso della piccola Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste  (poco più di 128 mila abitanti), che invia un solo rappresentante, tutte le altre ne inviano tre ciascuna, eletti dal rispettivo Consiglio Regionale in modo che sia garantita pure la rappresentanza delle minoranze. La Lombardia ha già proceduto all’elezione dei suoi rappresentanti. Si tratta del presidente della Regione, Roberto Maroni, del presidente del Consiglio Regionale, Raffaele Cattaneo, e del consigliere regionale e ex-candidato presidente del centro-sinistra, Umberto Ambrosoli.

Nei primi due scrutini risulterà eletto chi dovesse raccogliere la maggioranza dei due terzi dei voti. Dal terzo scrutino in avanti basterà la maggioranza assoluta. Benché in termini di suffragi raccolti nelle recenti votazioni gli schieramenti di centro-sinistra e rispettivamente di centro-destra siano quasi equivalenti, nell’assemblea che eleggerà il nuovo presidente della Repubblica il centro-sinistra potrebbe senza grandi difficoltà giungere alla maggioranza assoluta per i seguenti motivi. 1) grazie alla vigente legge elettorale ha ottenuto alla Camera un numero assai consistente di seggi in più grazie al cosiddetto “premio di maggioranza”; 2) essendo il centro-sinistra al governo in diverse medie e piccole regioni del centro-sud anche il numero dei delegati regionali di cui dispone è più che proporzionale rispetto all’entità dei voti che raccoglie. Tanto per fare un esempio: Molise e Basilicata, che fra tutte e due non raggiungono il milione di abitanti, e sono di centro-sinistra, nel loro insieme mandano a Roma sei delegati mentre  la Lombardia, 10 milioni di abitanti, centro-destra, ne manda tre.

Il centro-sinistra potrebbe dunque eleggere il presidente della Repubblica con le sue sole forze (più qualche alleato minore) ma poi, mancandogli la maggioranza in Senato, avrebbe invece  grosse difficoltà a dar vita un governo in grado di funzionare. Berlusconi ha allora proposto un accordo complessivo che riguardi sia la presidenza della Repubblica che il governo. Una proposta che Bersani ha a lungo respinto a priori finché l’altro ieri lui e Berlusconi sono  visti a quattr’occhi per circa un’ora in un incontro riservatissimo. Terminato l’incontro è girata la voce che Berlusconi  avesse offerto a Bersani la presidenza della Repubblica purché in cambio egli accettasse la prospettiva di un governo di “larghe intese” (versione italiana della “grande coalizione” tedesca).

Frattanto però nel PD si è verificato un casus belli che potrebbe mutare l’intero quadro della situazione.  Il PD toscano, partito di larga maggioranza nella regione, si è schierato con Bersani fino al punto da negare a Matteo Renzi il posto di delegato regionale all’elezione presidenziale che egli aveva richiesto. I “renziani” hanno perciò lasciato intendere di essere pronti alla scissione. Ieri Massimo D’Alema, leader “subacqueo” dell’opposizione interna a Bersani, si è recato a Firenze a incontrare Matteo Renzi, che come noto è il sindaco della città. “E’ stata una lunga, cordiale e amichevole conversazione”, ha detto D’Alema ai cronisti, gelido e sibillino come sempre,  uscendo  verso le 16 da Palazzo Vecchio, monumentale sede del comune, dopo un’ora di colloquio.  “Non mi pare che ci sia nel modo più assoluto”, ha poi aggiunto rispondendo ai cronisti che lo interpellavano su un eventuale rischio di scissione nel Partito democratico. “Due come noi che dovrebbero scindersi vengono invece da una cordiale e amichevole conversazione”. E a proposito della formazione del futuro governo: “Se si creerà un clima di sufficiente convergenza, un clima diverso nell’elezione del capo dello Stato, può darsi che questo possa aprire la strada a una soluzione per il governo (…)”, “ Domani mattina – vedrò Bersani, ho un appuntamento con lui. Siccome il nostro partito ha una grande responsabilità in questo momento, stiamo cercando insieme di trovare delle soluzioni utili per il Paese, in un clima positivo”. Sono parole, così riferite dall’agenzia Ansa, che tanto più tenendo conto del luogo ove sono state pronunciate sembrano uscite dalle pagine de Il Principe di Machiavelli. Così al momento stanno le cose.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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