L’equivoco della cittadinanza in base allo “jus soli”: una novità che sarebbe tanto inutile quanto lesiva dei diritti delle famiglie degli immigrati

La cittadinanza ridotta a ideologia, La Nuova Bussola Quotidiana, 4 maggio 2013

In linea di principio la nomina a ministri del nuovo governo Letta di due persone che non erano cittadine italiane alla nascita — rispettivamente l’italo-congolese Cécile Kyenge e l’italo-tedesca Josefa Idem – va salutata con simpatia. Non era sin qui un segno di buona salute democratica che a fronte di un numero ormai molto rilevante di cittadini italiani per naturalizzazione a ciò non corrispondesse alcuna loro presenza in sede di governo nazionale. Non è viceversa buon segno di tale buona salute che tutto o quasi il clamore per questa novità si faccia per Cécile Kyenge lasciando invece nell’ombra Josefa Idem. Paradossalmente c’è sotto sotto un bel po’ di paternalismo tipo “La capanna dello zio Tom” nello squillare di trombe che da sinistra sta accompagnando l’entrata in carica del ministro Kyenge. Tra l’altro non si tratta del primo afro-italiano ad assumere un carica pubblica nel nostro Paese. L’ha infatti preceduta Cindy Cane, sindaco leghista di Viggiù (Varese) dal 2009. Proprio così, sindaco leghista, a conferma del fatto che anche nel cielo della Lega Nord ci sono più stelle che nella sua filosofia. Tutto ciò premesso, proprio perché per noi il ministro Cécile Kyenge è un ministro come tutti gli altri, proprio perché per noi sarebbe la stessa cosa se si chiamasse Irma Meroni e fosse nata non a Kambove nel Katanga ma a Bovisio Masciago in Brianza, allora abbiamo tutto il diritto e tutto il dovere di non essere d’accordo con la proposta che sembra abbia fatto (diciamo “sembra” poiché al momento ciò che se ne sa è un po’ generico), ovvero che per quanto concerne l’adozione della cittadinanza italiana si passi dallo jus sanguinis allo jus soli. Che insomma d’ora in avanti sia cittadino italiano ipso facto dalla nascita non solo chi è figlio di genitori italiani ma pure chi nasce in Italia da genitori stranieri.

Guardando infatti alla realtà delle cose senza pregiudizi ideologici non ci si può non domandare: ma che bisogno ce n’è? Secondo la legislazione vigente in Italia la naturalizzazione si può ottenere dopo aver risieduto legalmente nel territorio della Repubblica per almeno 10 anni, ridotti a 5 anni per gli apolidi e a 4 anni per i cittadini di uno Stato membro dell’Unione Europea. La cittadinanza si acquisisce inoltre, su richiesta, per matrimonio con un cittadino italiano dopo almeno due anni di residenza sul territorio o tre anni dal matrimonio se la coppia risiede all’estero, e su concessione del Presidente della Repubblica per meriti particolari. Il criterio generale alla base di tali norme è quello dell’integrazione; e del tempo trascorso in Italia inteso come fattore automatico di tale integrazione anche a prescindere dal luogo ove si è nati. Dunque è più ampio di quello che si introdurrebbe applicando automaticamente lo jus soli; e il periodo di tempo che deve trascorrere prima di poter chiedere la cittadinanza è in fondo abbastanza breve. C’è poi un altro aspetto da mettere in luce, che è particolarmente preoccupante. L’applicazione indiscriminata dello jus soli, che il ministro Kyenge sembra perorare, ignora la famiglia e anzi tende obiettivamente a disgregarla. Infatti, mentre adesso quando i genitori diventano cittadini italiani la loro nuova cittadinanza si estende automaticamente ai minori conviventi, applicando invece lo jus soli i figli nati in Italia di stranieri assumerebbero dalla nascita una cittadinanza diversa da quella dei loro genitori (con tutte le pasticciate conseguenze che non è difficile immaginare). Va infine considerato un ulteriore paradosso insito nella proposta in oggetto:  la presunzione, in fin dei conti sorprendentemente neo-nazionalistica, secondo cui a tutti gli stranieri nati in Italia non si possa fare dono più bello della cittadinanza italiana. L’esperienza dimostra che non è così: ci sono migliaia e migliaia di persone nate, cresciute e residenti in Italia che conservano la cittadinanza dei loro padri se non nonni e bisnonni,  e nemmeno si sognano di diventare cittadini italiani ( è il caso tra gli altri di un gran numero di sammarinesi, di svizzeri, di statunitensi e così via). E vogliamo far loro lo scherzo di attribuire d’autorità la nostra cittadinanza ai figli che mettono al mondo  qui da noi?

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a L’equivoco della cittadinanza in base allo “jus soli”: una novità che sarebbe tanto inutile quanto lesiva dei diritti delle famiglie degli immigrati

  1. francesco taddei ha detto:

    almeno la scuola dell’obbligo, anche gli italiani”autoctoni” devono completarla per essere cittadini.

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