Ilva: se chiude l’acciaieria chiude anche Taranto, e l’Italia cessa di essere un grande paese industriale. Sarebbe forse il caso di preoccuparsene

 Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 27 maggio 2013

Un sequestro giudiziario di beni mobili e immobili per un valore di 8,1 miliardi di euro del gruppo siderurgico Riva, proprietario delle acciaierie Ilva, poi seguito dalle dimissioni dell’intero vertice dell’azienda, ha segnato venerdì scorso la nuova tappa di una vicenda che, oltre a mettere rischio il futuro della siderurgia italiana, ha già messo in moto un formidabile meccanismo di dissuasione di qualsiasi investimento industriale estero di qualche rilievo nella vicina Repubblica. Tutto ciò si deve a un singolo magistrato, il giudice per le indagini preliminari, GIP, del Tribunale di Taranto, Patrizia Todisco. In Italia infatti un singolo magistrato può ordinare senza limiti, mentre una causa non è ancora giunta alla fase del processo, dei “sequestri cautelari”. Sulla base di  accuse di “associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale”  da un alcuni anni a questa parte il giudice Todisco non esita a procedere a sequestri cautelari che, oltre ad avere provocato danni enormi a un’azienda che è il maggior produttore d’acciaio d’Europa, la stanno ormai spingendo verso la chiusura, il che provocherebbe la perdita di circa 40 mila posti di lavoro tra cui 12 mila a Taranto, sede dell’impianto principale. Il 26 luglio 2012 lo stesso GIP Patrizia Todisco aveva già sequestrato l’intera “area a caldo”, ovvero gli alti forni, appunto dello stabilimento di Taranto ordinando inoltre l’arresto di Fabio Riva, poi riparato a Londra, e di suo padre Emilio, messo agli arresti domiciliari a causa dell’età. Veniva allora nominato un nuovo consiglio d’amministrazione di garanzia, quello che ora si è dimesso, presieduto dall’ex prefetto di Milano, Bruno Ferrante. Nel successivo novembre Patrizia Todisco aveva messo sotto sequestro anche i prodotti dell’Ilva in quanto “corpi del reato” impedendone così la vendita.

Come analogamente il caso della Fiat, che si sta riducendo a essere una semplice filiale europea della Chrysler, anche quello dell’Ilva è un episodio cruciale della profonda crisi tanto socio-politica quanto economica che sta travagliando l’Italia. Se la maggiore azienda metalmeccanica italiana cessa di essere un’impresa padrona di se stessa, e se la maggiore azienda siderurgica (e maggiore produttore europeo di acciaio), si riduce a poco o nulla, allora l’Italia cessa di essere una delle principali economie industriali del mondo. Ciononostante i governi che si sono succeduti a Roma in questi ultimi anni da un lato non hanno fatto e non fanno nulla per garantire condizioni che motivino Marchionne a non traslocare la direzione generale della Fiat oltre Atlantico, e dall’altro non hanno preso una posizione chiara e ferma nel caso dell’Ilva a difesa non solo dell’ambiente, che di certo a Taranto deve venire risanato, ma anche della produzione. E questo benché la stessa Corte Costituzionale, investita del caso, abbia sancito che ambiente e lavoro sono due diritti entrambi meritevoli di primaria tutela. In tal senso dunque si dovrebbe puntare sì a un programma di risanamento del sito, ma mentre l’acciaieria continua a funzionare.

Non si può tuttavia dare ogni colpa al ceto politico se si considerano due fatti davvero impressionanti. In primo luogo i sindacati non si sono affatto schierati a difesa della produzione aprendo invece alla prospettiva assistenzialistica di un programma di risanamento…sine die del sito dell’acciaieria eventualmente chiusa per sempre; ciò nella speranza non solo irresponsabile ma anche assurda che tale programma garantisca più o meno gli stessi posti di lavoro dell’acciaieria. In secondo luogo uno referendum popolare consultivo indetto dal comune di Taranto lo scorso 14 aprile non solo non ha affatto raggiunto il quorum del 50% dei votanti (il che secondo la legge italiana lo rende invalido) ma si è anche concluso con un voto a larghissima maggioranza favorevole alla chiusura incondizionata dell’impianto. Un fatto davvero sorprendente se si  considera che, chiusa l’Ilva, si potrebbe chiudere anche la città di Taranto, 171 mila abitanti, la cui economia dipende totalmente dai 12 mila posti di lavoro dell’Ilva e da tutte le aziende che le ruotano attorno.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Ilva: se chiude l’acciaieria chiude anche Taranto, e l’Italia cessa di essere un grande paese industriale. Sarebbe forse il caso di preoccuparsene

  1. emanuele ortoleva ha detto:

    il problema è che l’Italia, a causa della guerra fredda, è cresciuta fuori controllo e non è stata al posto che le toccava in quello che, in termini ottocenteschi, si chiamava concerto delle nazioni.
    Quello che velleitariamente ha cercato di fare Mussolini è riuscito ad un Italia che aveve perso malamente una guerra!
    Adesso, semplicemente, la stanno rimettendo al suo posto.

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