Il gasdotto Algeria-Italia via Sardegna: una carta vincente che sarebbe meglio non buttare via

Italia, occasione perduta?, Il Sussidiario, editoriale, 7 giugno 2013

Mentre le prime pagine dei giornali e dei telegiornali sono completamente occupate dall’eco di guerriglie tutte interne alla classe politica, di cui a ragione la gente fuori del proverbiale Palazzo è stufa marcia,  questioni davvero cruciali per le sorti dell’economia italiana passano sotto silenzio. E’ questo il caso tra gli altri del progettato Gasdotto Algeria-Sardegna-Italia, Galsi, già da tempo autorizzato e giunto alla fase del progetto esecutivo: una grande infrastruttura in parte subacquea e in parte terrestre — lunga complessivamente 837 chilometri e capace di trasportare 8 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno — che da Annaba in Algeria è previsto raggiunga Piombino in Toscana attraversando tutta la Sardegna da sudest a nordovest, da Porto Botte a Olbia. Pochi giorni fa la decisione sull’avvio dei suoi lavori, originariamente in programma per il 2010 e poi rinviata al 30 maggio 2013, ha subito un altro rinvio, questa volta al 31 maggio 2014.  La notizia è stata ignorata da tutti i maggiori giornali e telegiornali nazionali. Soltanto la stampa sarda se ne è occupata. Per fortuna, viene da dire, trattandosi di qualcosa che è di storica importanza per la Sardegna, finora priva di gas naturale in rete; ma persino qui è stata per lo più confinata nelle pagine interne. C’è davvero di che restare esterrefatti.

Soltanto in quanto zona di passaggio di un gasdotto diretto nell’Italia continentale la Sardegna può disporre di gas naturale in quantità tendenzialmente illimitate e a condizioni convenienti. Perciò il Galsi è un’occasione unica per l’Isola, tale da temperare in notevole misura i limiti derivanti appunto dalla sua insularità e quindi da consentirle finalmente di avviarsi a uno sviluppo non più soltanto basato sul turismo, risorsa preziosa ma dimostratasi insufficiente a salvare i sardi dalla piaga di un’estesa disoccupazione. D’altro canto, se per la Sardegna in particolare il Galsi è di un’utilità evidente, in effetti non lo è da meno per l’Italia nel suo insieme. Questo è un po’ meno lampante a prima vista, ma diventa chiaro se si considera qualcosa che va anche oltre l’interesse immediato dell’industria degli idrocarburi; se insomma si tiene conto di elementi di maggior ampiezza di quelli che  — a ragione dal suo punto di vista – prende in esame la società italo-algerina titolare dei diritti di costruzione del Galsi. Si tratta di una società cui partecipano Sonatrach (l’ ”Eni” dell’Algeria) con una quota del 41,6 per cento; tre società italiane importatrici di gas, Edison, Enel Produzione e Hera rispettivamente con quote del 20,8, del 13,5 e del 10,4 per cento. Infine con una quota dell’11,6 per cento la Sfirs, ossia la società finanziaria della Regione Sardegna. Ovviamente il dominus è la Sonatrach che, preoccupata dell’attuale calo del prezzo internazionale del gas, dubita che l’operazione le possa essere ancora conveniente. Chiede perciò delle garanzie pluriennali in termini di prezzi e di volume degli acquisti che i soci italiani della società non possono dare per il semplice motivo che non hanno titolo per farlo.

Ciò che può non giustificarsi in termini di economia privata si giustifica però pienamente in termini di economia politica, ovvero se si tenesse finalmente conto delle grandi potenzialità di una maggior relazione economica complessiva del nostro Paese con l’Algeria che — con i suoi oltre 34 milioni di abitanti e con i suoi 4435 dollari annui di prodotto interno lordo pro capite nel 2010 — è uno dei possibili motori di sviluppo della vasta area dell’Africa compresa tra la riva sud del Mediterraneo da un lato e dall’altro l’Equatore e oltre. Malgrado grandi turbolenze e grandi squilibri è questa un’area oggi in notevole sviluppo, pronta per divenire un mercato assai promettente per manufatti prodotti in Algeria e Paesi limitrofi con macchinari e competenze italiane abbinate a capitali algerini. In tale prospettiva, e nel quadro di un preciso accordo generale di cooperazione, avrebbe senso che il nostro governo intervenisse a dare equilibrate garanzie quante ne bastano per motivare l’Algeria a riaprire la partita del Galsi. Nel momento in cui la Sonatach, per bocca del suo numero uno Abdelhamid Zerguine, ha detto di voler rinviare di un anno la decisione, ha anche aggiunto che il progetto del Galsi oggi non è conveniente da un punto di vista economico, ma “non è definitivamente accantonato”. E’ il segnale della disponibilità a una trattativa che non si prospetta facile, ma nella quale il nostro Paese non entrerebbe a mani vuote. Noi abbiamo bisogno di metano (che però potremmo comprare anche da altri), ma l’Algeria, più che mai alle prese con una disoccupazione giovanile di massa, ha bisogno di dotarsi di un’industria manifatturiera per sviluppare la quale la nostra industria delle macchine utensili e il nostro “know how” sono qualcosa che ben difficilmente Algeri potrebbe trovare altrove.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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