Federalismo, giocattolo troppo costoso? Lo dice chi vuole che gli sprechi dello Stato e delle pubbliche amministrazioni di una certa parte del Paese continuino a venire saldati a piè di lista da chi paga le imposte

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano,  22 luglio 2013

“Federalismo, tasse record”: era questo il titolo di apertura dell’edizione di ieri del Corriere della Sera, completato da un’altra riga nella quale si diceva che negli ultimi vent’anni in Italia, mentre le imposte statali si sono raddoppiate, quelle dei comuni, delle province e delle regioni si sono moltiplicate per cinque. Il titolo annunciava un’inchiesta sul fisco che occupava per intero le pagine 2 e 3 del quotidiano milanese, e che a sua volta si apriva con il titolo seguente: “La carica delle tasse <<federali>> / Addizionali più pesanti del 573%”.

A parte il dato tendenzioso sulle addizionali, che fanno registrare un’impennata del genere semplicemente perché prima di allora non c’erano, tutto il tono della titolazione era in negativo. Lo scopo risultava evidente: si mirava ancora una volta a convincere il lettore che il federalismo sarebbe un giocattolo troppo costoso, un lusso che un Paese molto indebitato come l’Italia non si può permettere. Occorrerebbe piuttosto, come suggeriva un altro titolo, più “coordinamento” da parte del governo nazionale, ossia ancora più accentramento di quello che già ci ha portato nella disastrosa situazione in cui siamo. Non importa infatti che l’esempio dei Paesi federali, dalla vicinissima Svizzera, alla Germania, al Canada, agli Stati Uniti dimostri esattamente il contrario; dimostri cioè che la coincidenza tra la responsabilità riguardo alle imposte e quella riguardo alle spese è il sistema più sicuro per ottenere che la pubblica amministrazione faccia meglio spendendo meno. In Italia il più influente quotidiano del Paese può affermare una stupidaggine del genere senza suscitare alcuna immediata ilarità generale, tanto forte è la chiusura entro i confini nazionali cui l’opinione pubblica è stata ridotta in queste materie.

Se poi si vanno a leggere gli articoli così titolati si scoprono cose che non quadrano affatto con quei titoli, ma evidentemente non importa molto. In un Paese dove le risorse di comuni e province e regioni consistono per lo più in “trasferimenti”, ossia di fondi stanziati dallo Stato, si scopre che tali trasferimenti non soltanto sono 86 miliardi di euro, ossia relativamente quattro soldi, ma anche che dal 1992 al 2012 sono aumentati solo del 20% in valore nominale, mentre le spese dei governi locali nel medesimo periodo hanno fatto registrare un incremento del 125%, da 90 a 205 miliardi. E le esecrate addizionali sono relativamente bruscolini. L’autore dell’articolo riconosce poi che il federalismo fiscale è stato “avviato e lasciato a metà del guado” e che quindi quello italiano è un federalismo in cui “non si sa chi fa che cosa, e la confusione regna sovrana”.  Poco più in là  aggiunge che “Al giro di vite sui trasferimenti negli ultimi anni si è sommata la stretta sul Patto di stabilità interno. Tra il 2009 e il 2015, per effetto delle misure già prese, i tagli su Comuni, Province e Regioni ammonteranno a 149,9 miliardi: 61 miliardi di trasferimenti in meno e 88,3 sul patto di Stabilità interno. Logico che poi i sindaci ed i governatori aumentino le tasse”. In particolare il cosiddetto Patto di stabilità interno è un marchingegno che ha dell’incredibile (ma purtroppo è vero). Impone lo stesso blocco della spesa sia ai governi locali con i conti in equilibrio che a quelli con i conti in dissesto. Alle fine del 2012 in Lombardia circa 9,1 miliardi di euro risultavano per questo motivo bloccati nelle casse dei comuni, delle province e della regione, che pur disponendone non potevano spenderli.

Come si spiega tutto questo? Per dare una risposta fondata occorre  prendere le mosse dal grande problema di fondo (mai raccontato da giornali e telegiornali) che attanaglia oggi la vicina Repubblica: l’accanita resistenza del blocco di interessi burocratici e corporativi, il cui nucleo centrale è trincerato a Roma non solo dentro ma anche attorno all’amministrazione centrale dello Stato; un blocco di forze che difende a tutti i costi un sistema di rendite parassitarie e di inefficienze e di sprechi del denaro pubblico che l’Italia non è più in grado di pagarsi. Benché tutti i governi succedutisi a Roma negli scorsi decenni abbiano promesso di metterci mano, nessuno è poi riuscito a fare alcunché di concreto per razionalizzare la situazione e quindi ridurre la spesa e la pressione fiscale, che ormai supera il 50 % del prodotto interno lordo. Men che meno ci sta riuscendo l’attuale governo, che frattanto viene anche colpito alle spalle da settori dell’alta burocrazia, come ha recentemente dimostrato il caso della moglie e della figlia bambina di un avversario politico del presidente-dittatore del Kasakhstan che da Roma ove si erano rifugiate sono state arrestate, espulse e rimandate in patria con un aereo privato in base ad accordi diretti tra dirigenti  del ministero dell’Interno e ambasciatore kazako a Roma all’insaputa del ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Un fatto scandaloso che dà il segno di quanto sia fragile la posizione non solo di questo ministro ma dell’intero governo Letta. Un fatto clamoroso, importante come sintomo, ma che non deve far perdere di vista la sostanza del problema. Se guardati infatti in più ampia prospettiva, tutta una serie di avvenimenti degli ultimi vent’anni fino a quest’ultimo — pur avvenuti al tempo di governi dei più diversi orientamenti, ma in fin dei conti tutti intesi a indebolire autorità politiche democraticamente legittimate —  si rivelano per ciò che essenzialmente sono: episodi della…guerra preventiva che un ordine costituito parassitario statale e parastatale conduce senza tregua, e purtroppo sin qui con successo, contro l’eventualità di quelle  profonde riforme di struttura  di cui l’Italia ha bisogno per liberarsi da “ingessature” che erano inevitabili e possibili negli anni della Guerra fredda (peraltro terminata oltre vent’anni fa) ma che nel mondo globalizzato in cui adesso viviamo sono insostenibili da ogni punto di vista.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Federalismo, giocattolo troppo costoso? Lo dice chi vuole che gli sprechi dello Stato e delle pubbliche amministrazioni di una certa parte del Paese continuino a venire saldati a piè di lista da chi paga le imposte

  1. francesco taddei ha detto:

    il federalismo fiscale poneva un tetto alla spesa in alcune materie. quindi se va bene con la sua entrata in vigore le tasse non aumenterebbero. ma per farle scendere occorrerebbe che lo stato retrocedesse in alcuni settori non strategici: immobili, smaltimento rifiuti, trasporti(operazione tentata in umbria e affossata dai sindacati). per la seconda parte dell’articolo, per mancanza di spazio mi limito a dire che occorrerebbe un vero e serio partito identitario italiano. cosa impossibile in un paese senza identità nazionale, perchè da quando abbiamo perso la guerra, comunisti,democristiani,preti,americani e socialisti ci hanno inculcato che sta roba era da fascisti.

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