Sistema politico italiano: a quando il “big bang”

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 16 settembre 2013

Sotto i colpi della magistratura sta barcollando in Italia il principale gruppo siderurgico del Paese, composto dall’ILVA — il cui maggiore stabilimento è l’acciaieria di Taranto — e da altre società che hanno nell’insieme 12 mila dipendentii e sono il secondo produttore d’acciaio d’Europa. Il giudice per l’indagini preliminari (Gip) Patrizia Todisco, il magistrato di Taranto che sta verificando la fondatezza o meno delle accuse di disastro ambientale rivolte alla famiglia Riva, proprietaria del gruppo, con riguardo alle eventuali emissioni inquinanti dello stabilimento della città, dallo scorso maggio a oggi ha disposto dapprima il sequestro di 8,1 miliardi di euro di beni dell’azienda della famiglia, tra cui il nucleo produttivo dell’impianto di Taranto e poi qualche giorno fa anche il sequestro di sette stabilimenti del gruppo situati nel Nord Italia (tra cui uno a Caronno Pertusella, nei pressi di Saronno) per un valore complessivo di 600 milioni di euro, compresi i saldi attivi dei loro conti correnti bancari per un totale di 49 milioni di euro. E tutto questo non a seguito dell’accertamento dei fatti e di una sentenza definitiva, ma semplicemente a titolo cautelare. Di fronte alla reazione, tardiva ma finalmente chiara, della Confindustria (il Vorort italiano) e persino del Corriere della Sera, che in questi giorni cominciano infine a scoprire che così sta distruggendo la siderurgia italiana, il procuratore capo di Taranto ha replicato che non è vero perché il sequestro “non prevede alcun divieto d’uso” dei beni aziendali che “verranno immediatamente affidati all’amministratore giudiziario nominato a suo tempo dal giudice allo scopo di garantire la loro gestione”. Un argomento che la dice lunga sull’idea che questi magistrati hanno dell’attività imprenditoriale come qualcosa insomma di semplice routine, che un amministratore giudiziario può fare tanto bene e tanto attivamente quanto un imprenditore.

Avendo i Riva deciso perciò di chiudere i sei stabilimenti lasciando a casa 1600 impiegati, i sindacati hanno reagito annunciando sit-in di protesta non sotto le finestre del tribunale di Taranto bensì davanti a tali stabilimenti. E un importante leader sindacale ha definito la loro chiusura “una provocazione” contro cui si deve reagire. Per parte sua il premier Enrico Letta, uomo di buone letture, parlando a Bari, dunque relativamente a due passi da Taranto, si è lasciato andare a definire “kafkiano” il caso del gruppo siderurgico Riva. Senza però osare alcun giudizio nei confronti della magistratura ha prospettato l’idea di un “commissariamento” dei sei stabilimenti, analogo a quello che consente all’acciaieria di Taranto, pur sotto sequestro, di continuare a funzionare. Nella stessa occasione il premier ha poi annunciato una sua imminente iniziativa per promuovere sui mercati internazionali gli investimenti in Italia. “Quos Deus vult perdere dementat”, Dio fa diventare pazzo chi vuol mandare in rovina: guardando alla situazione italiana di oggi viene in mente questo antico detto latino ma forse di origine greca, di evidente matrice pagana. Sappiamo che non Dio vuol mandare in rovina o far impazzire gli uomini, bensì qualcun altro. Nella situazione italiana di oggi però questo qualcun altro sembra più che mai all’opera. Messi infatti uno dietro l’altro tutti questi episodi e prese di posizione delineano uno stato di cose schizofrenico considerando il quale soltanto un matto potrebbe decidere di investire in Italia. O meglio, può avere senso il farlo solo nel caso in cui il motivo dell’investimento sia qualcosa di introvabile altrove, come ad esempio un albergo con vista sul Colosseo. In ogni altra eventualità invece, tanto più considerando che l’Unione Europea è ormai effettivamente un mercato comune, perché mai un operatore economico, non solo straniero ma persino italiano, dovrebbe investire in Italia invece che in altri Paesi dell’Unione? Anzi, come bene ormai si vede a queste latitudini, anche un Paese come la Svizzera, pur se fuori dell’Unione, può diventare attrattivo al riguardo,  magari fin troppo.

Stando così le cose, si tratta di vedere fino a quando la società e l’economie italiane riusciranno ciononostante a reggere, e quando invece a livello politico si verificherà qualcosa che, con termine attinto al linguaggio dell’astrofisica, si potrebbe definire un “big bang”. Qualcosa di certamente straordinario e clamoroso per natura sua, ma per definizione imprevedibile sia nei suoi elementi portanti che nelle sue dinamiche. Ciò malgrado tutto è poco probabile adesso, mentre si è ancora nel pieno della crisi, ma potrebbe paradossalmente diventarlo proprio nel momento in cui iniziasse una ripresa. Se infatti in quel momento l’Italia restasse ferma mentre altri riprendono a muoversi, allora tale stato di cose diventerebbe insopportabile quanto basta per trasformarsi nell’inevitabile detonatore del “big bang” di cui si diceva.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Sistema politico italiano: a quando il “big bang”

  1. francesco taddei ha detto:

    il big bang negli altri paesi furono le costituzioni borghesi. ecco cosa serve in italia: che le leggi non le facciano più i tecnici, nè i politici, ma gli imprenditori, con un rapporto diretto con le parti sociali. e con un sistema di finanziamento dei partiti come in america. questo rapporto più diretto con l’elettore darebbe più chiarezza e più consenso.

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