Ridurre il peso del debito pubblico vendendo il patrimonio dello Stato italiano? Sì, ma solo nel quadro di un autentico risanamento della spesa pubblica

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 12 novembre 2013

All’ombra di una vita pubblica ridotta a pettegolezzo e di un governo che può perdurare solo a patto di non fare nulla, la crisi italiana purtroppo persiste, anzi si aggrava. Alla radice di tale ristagno sta in fin dei conti il mancato affronto di quello che è il vero problema di fondo della vicina Repubblica: l’articolazione del Paese in due grandi blocchi composti rispettivamente da chi lavora nell’ economia produttiva e da chi è occupato in attività inefficienti e improduttive (tanto statali quanto private) finanziate a perdere dalla spesa pubblica. Tale mancato affronto deriva dal fatto che questa articolazione dell’economia e della società italiana – infelice eredità della Guerra fredda — non trova adeguato riscontro in sede politica. Segmenti dell’uno e dell’altro blocco si ritrovano infatti sia nell’area di centro-destra che nell’area di centro-sinistra, frammischiati quanto basta per impedire che la bandiera della riforma generale delle istituzioni della Repubblica Italiana possa essere presa saldamente in mano da qualcuno. Stando così le cose né Berlusconi o chi per lui, né Renzi o chi per lui ci riusciranno. Fino a quando non si porrà rimedio a tale sfasamento la riforma di cui si diceva sarà impossibile, e quindi la situazione continuerà a peggiorare.

Per continuare a finanziare l’economia improduttiva, lo Stato italiano continua infatti non solo  ad aumentare le imposte ma anche a indebitarsi. La pressione fiscale ha già superato il 50 per cento del prodotto nazionale lordo, PIL, raggiungendo dunque un livello tale da compromettere sia la capacità di sviluppo, di ricerca e di investimento delle imprese che il potere d’acquisto delle famiglie. Ciononostante si calcola che le imposte aumenteranno ancora di 1,2 miliardi di euro nel 2014. Il debito pubblico alla fine dell’anno raggiungerà il 133 per cento del PIL, il che significa che nell’arco di dieci anni è aumentato di 30 punti. Attualmente il servizio del debito pubblico costa ogni anno all’Italia il 5,4 del PIL, pari a 85 miliardi circa di euro. Una cifra destinata ad aumentare, anche se (per assurdo) lo Stato italiano cessasse di emettere nuovi buoni del tesoro, non appena i tassi d’interesse torneranno a crescere al di là del livello bassissimo cui si trovano adesso. Resta per ora difficile immaginarsi quando si giungerà al “big bang” da cui potrebbe uscire una nuova forza o coalizione politica forte e compatta quanto basta per attuare quella riforma generale dello Stato italiano di cui si diceva. Anche se se ne avvertono già alcuni segni premonitori.

Immaginiamo ad ogni modo (nella speranza che non si tratti di qualcosa di remoto) che infine a Roma si arrivi ad un governo autenticamente riformatore, sostenuto da una solida e stabile maggioranza. Da un lato un tale governo dovrebbe mettere mano a un radicale rinnovamento dell’amministrazione dello Stato, nonché introdurre anche in Italia un sistema fiscale basato su un autentico federalismo fiscale; quindi sull’autonomia e sulla piena responsabilità fiscale di ogni livello di governo, e sulla concorrenza fiscale tra i vari territori. Dovrebbe insomma mettere rapidamente in moto un meccanismo che conduca in tempi brevi a una maggiore efficienza del settore pubblico e quindi a una minore pressione fiscale. Con tutto ciò resterebbe ancora all’Italia il gigantesco peso del debito pubblico già accumulato. Come smaltirlo? A questo punto, ma solo a questo punto, si potrebbe far tesoro del gigantesco patrimonio immobiliare di cui lo Stato italiano dispone, frutto per lo più di quella spogliazione del patrimonio della Chiesa e degli Stati pre-unitari che ne accompagnò il sorgere nel 1861-65. Solo a questo punto, ribadiamo, e non prima. Cosi come è oggi lo Stato italiano non è infatti tecnicamente in grado di vendere bene questa sua grande risorsa. Se lo si facesse adesso ciò si risolverebbe non solo in una svendita ma anche in uno spreco di quel che si sarebbe ricavato. Se invece lo si farà nel quadro di un grande processo riformatore allora servirà a non far cadere sul futuro dell’Italia il peso del debito pregresso.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Ridurre il peso del debito pubblico vendendo il patrimonio dello Stato italiano? Sì, ma solo nel quadro di un autentico risanamento della spesa pubblica

  1. francesco taddei ha detto:

    vendere il patrimonio pubblico come fece prodi? anche nei paesi anglosassoni energia e difesa sono sotto il controllo dello stato. altro discorso per le municipalizzate che il presidente della corte dei conti ha dichiarato “Prima di pensare a vendere quote di società pubbliche […] forse sarebbe più opportuno concentrare l’attenzione sulle dismissioni dell’enorme patrimonio immobiliare pubblico”, dice Pitruzzella al Messaggero, sottolineando la necessità di rendere gli immobili “subito fruibili dagli acquirenti” per attrarre gli operatori. Pitruzzella pensa poi “al vasto mondo delle municipalizzate. Aziende che potrebbero essere messe sul mercato rapidamente, sgravando i bilanci degli enti locali e migliorando l’efficienza complessiva”(Reuters). di certo letta e saccomanni non guardano alle “generazioni future”. e forse nemmeno agli italiani di oggi.

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