Silvio Berlusconi: le colpe presunte, le colpe inventate e la vera colpa

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 28 novembre 2013

Nell’arco di una decina di giorni l’assetto dell’area di centrodestra si è profondamente trasformato in Italia. La principale forza politica di tale area, il PdL di Silvio Berlusconi, mentre stava ritornando al  suo antico nome di Forza Italia, ha perso la componente post-democristiana che ne è uscita assumendo il nome di Nuovo Centro Destra, NCD. Divenuta perciò un partito quasi esclusivamente “laico”, composto per lo più di post-socialisti e post-neofascisti, Forza Italia  è quindi passata all’opposizione mentre nella maggioranza è rimasto l’NCD, cui risulta abbiano sin qui aderito 30 senatori e 29 deputati. L’altro ieri il leader del PdL e oggi della rinata Forza Italia, Silvio Berlusconi, è poi decaduto dalla carica di senatore e dunque non fa più parte del Parlamento italiano. L’NCD, pur restando a far parte della maggioranza, ha però votato contro la decadenza di Berlusconi che il Senato in seduta plenaria ha approvato in modo indiretto ovvero respingendo le mozioni contrarie alla decisione che una particolare commissione senatoriale aveva preso in tal senso. Al perfezionarsi della decadenza l’aula è rimasta in silenzio e poi subito il suo presidente, Piero Grasso, ha chiuso la seduta. La tortuosità della procedura e quel silenzio, pur preceduto da infuocati battibecchi, ha a suo modo confermano autorevolmente quanto sia incerta la prospettiva che si apre con l’uscita di Berlusconi dal Parlamento di Roma. Il governo Letta ha adesso in Senato una maggioranza di pochi voti che allunga ulteriori ombre sul suo già incerto futuro. D’altra parte l’NCD da una parte è ovviamente in polemica con Forza Italia ma dall’altra fa sapere di puntare, in caso di votazioni anticipate, su un’alleanza elettorale con Forza Italia stessa. Ci si trova insomma in una situazione aggrovigliata al di là di ogni immaginazione.

Con l’inizio della corrente legislatura, caratterizzata dal successo di un partito (il Movimento 5 Stelle) il cui leader ha scelto deliberatamente di non candidarsi, la crisi della democrazia parlamentare italiana da latente che era è divenuta conclamata.  Uno dei maggiori partiti presenti in Parlamento viene guidato dall’esterno da un privato cittadino, Beppe Grillo, che ne tiene le redini dalla sua casa sulle colline a monte di Genova. Se poi, come è nelle previsioni, tra non molto il segretario del Partito democratico sarà il sindaco di Firenze Matteo Renzi, avremo un altro partito maggiore, anzi il maggior partito dell’attuale maggioranza di governo, pure guidato da una personalità esterna al Parlamento, seppure non un privato cittadino.  In quanto a Berlusconi, quale che sia il giudizio che se ne può dare,  non sarà certo la decadenza a farlo cessare di essere il leader del partito che ha fondato. E’ dunque possibile che con l’anno prossimo in Italia tre partiti, per vari motivi ciascuno di notevole peso, siano guidati da leader  che stanno fuori del Parlamento. Questo significa che la crisi del sistema politico italiano purtroppo continua a complicarsi. Frattanto la situazione economica non cessa di peggiorare, e il governo non può farci nulla. Sarebbe però ingeneroso prendersela per questo con Enrico Letta. Nessuno potrebbe fare alcunché di efficace in una situazione del genere: con una maggioranza irrimediabilmente eterogenea in cui il “partito dell’economia assistita”, e quindi del continuo dilatarsi della spesa pubblica, coabita con il “partito dell’economia produttiva”, e quindi del taglio di una spesa pubblica che, avendo ormai superato il 50 per centro del prodotto interno lordo, sta strozzando il Paese. E per di più entrambi questi “partiti” si ritrovano in ogni ambito della maggioranza, tanto nelle forze di centro-sinistra quanto in quelle di centro-destra. Il governo è perciò chiuso in una morsa che per il momento nessuno riesce ad aprire. La sentenza di condanna per frode fiscale da parte di Mediaset, a causa di cui Berlusconi è stato messo fuori del Parlamento, è molto “politica”. Basti dire che, senza nulla imputare all’attuale amministratore delegato dell’azienda, i giudici hanno condannato lui presupponendo che, in quanto principale azionista, fosse l’unico ed esclusivo responsabile di quanto veniva contestato. La vera grande colpa politica (questa volta senza virgolette) di Berlusconi è piuttosto un’altra, quella di non aver fatto la grande rivoluzione liberale che aveva promesso quando avrebbe avuto la forza di farla. Di aver cioè “bruciato” uno straordinario patrimonio di consenso politico. Di certo resterà ancora sulla scena, ma ormai con un ruolo residuo. Chi mai tuttavia riuscirà a fare la grande riforma che lui non ha fatto? L’NCD avrebbe l’ambizione di porsi come nuovo catalizzatore di questa storica impresa. Il tempo ci dirà se tale ambizione era fondata o temeraria.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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