Mandela e la storia segreta dell’apartheid

Mandela e la fine della Guerra fredda, La Nuova Bussola Quotidiana, editoriale, 5 dicembre 2013

A Nelson Mandela —  morto il 4 dicembre scorso a Johannesburg all’età di 95 anni, e celebrato ieri con una cerimonia svoltasi nello stadio di Soweto alla presenza di circa 100 capi o ex-capi di stato o di  governo di ogni parte del mondo — si deve il merito davvero storico di aver saputo pilotare il Sudafrica attraverso un’ardua fase di transizione che avrebbe potuto essere catastrofica. E’ peraltro un merito che condivide pienamente con lui Frederik de Klerk, il leader del Sudafrica “bianco” eletto nel 1989 sulla base di un programma di superamento della segregazione razziale (apartheid), il quale nel febbraio 1990 lo liberò dal carcere mettendolo così in grado di riassumere in modo incondizionato la guida dell’African National Congress, ANC, la principale forza politica dei neri sudafricani da lui pure legalizzata alcune settimane prima. Durato dal 1948 al 1991, l’ apartheid fu un regime senza alcun dubbio moralmente ingiustificabile e a lungo andare anche sempre meno sostenibile sul piano tanto sociale quanto economico. La sua esatta coincidenza cronologica con la Guerra fredda aiuta però a capire perché abbia potuto malgrado tutto affermarsi e persistere. Durante la Guerra fredda il Sudafrica, dalle cui miniere veniva la massima parte dell’oro estratto nel mondo, era da un lato il grande forziere dell’Occidente e dall’altro il grande sogno di conquista dell’Unione Sovietica la cui moneta, il rublo, per carenza di  copertura non era nemmeno convertibile sui mercati monetari internazionali. Per l’Unione Sovietica, super-potenza claudicante costretta a usare il dollaro nei suoi scambi con l’estero, l’eventuale distacco del Sudafrica dall’Occidente sarebbe stato un successo epocale. Quello che dunque di per sé sarebbe stato un confronto interno per il riequilibrio dei diritti e dei poteri tra la maggioranza nera e la minoranza bianca del Sudafrica entrò invece nella macina di uno scontro strategico fra super-potenze con tutte le conseguenze che si sanno. E questo senza più la minima remora non appena l’African National Congress, lasciandosi alle spalle il programma di resistenza non-violenta propugnato dal suo primo grande leader Albert Luthuli, premio Nobel per la pace nel 1960, con Mandela scelse la via della lotta armata e cercò la protezione dell’Unione Sovietica.

Caduto il Muro di Berlino e svanita l’Unione Sovietica, si erano determinate le condizioni perché il Sudafrica potesse, a vantaggio sia dei suoi neri che infine anche dei suoi bianchi, liberarsi dell’ingombrante e impresentabile apartheid. Quando qualcosa è storicamente maturo diviene perciò storicamente possibile; ciò non significa tuttavia che soltanto per questo sia facile e inevitabile. Perciò è giusto rendere onore al defunto Mandela e al tuttora vivente De Klerk per essere riusciti nell’impresa, ciascuno non esitando a rivedere profondamente propri inveterati convincimenti.

Forse inevitabilmente la transizione dal vecchio Sudafrica dell’apartheid al Sudafrica di oggi non è stata priva di alcune grosse ombre cui sarebbe ormai tempo di porre rimedio. Tuttavia il Paese non è naufragato e — in larga misura grazie ai suoi bianchi e alla politica conciliante avviata da Mandela — conserva una capacità tecnica, scientifica e finanziaria che ne fa  uno dei motori principali, se non il motore principale, della possibile uscita del Continente Nero dal circolo vizioso del sottosviluppo. Un’eredità preziosa che ci si deve augurare venga non solo conservata ma anche messa sempre più a frutto.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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