Expo Milano 2015, ovvero il pianeta che non c’è

Expo 2015 / La svista colossale di uno “show” figlio del National Geographic, Il Sussidiario, 24 dicembre 2013

 E’ da un pianeta piatto ed esclusivamente vegetale, insomma da un pianeta che non c’è, e da un’agricoltura senza zootecnia, insomma da un’agricoltura che non esiste, che l’Esposizione Universale di Milano 2015 si attende energia per la vita. I 15 padiglioni tematici dell’Esposizione, strumento-chiave della sua proposta culturale, sono infatti rispettivamente dedicati a: Frutta e Legumi; il Mondo delle Spezie; Bio-Mediterraneo: Salute, Bellezza e Armonia; Isole, Mare e Cibo; Agricoltura e Nutrizione in Zone Aride; Riso: Abbondanza e Sicurezza; Cacao: il Cibo degli Dei; Caffè: il Motore delle Idee; Cereali e Tuberi: Antiche e Nuove Colture. Sia la sequenza dei temi che la loro immaginosa formulazione si raccomandano all’analisi di psicologi sociali eventualmente interessati allo studio del proverbiale “immaginario collettivo” di coloro che li hanno formulati. Vi si intravede una forte dipendenza dall’aristocratico esotismo del National Geografic Magazine nonché dai raffinati supplementi in carta opaca di Repubblica e del Corriere della Sera, peraltro così vicini ai dépliant in carta patinata delle agenzie specializzate in esclusivi e costosi viaggi di turismo intercontinentale “intelligente”.

Non è però questo che qui ci interessa approfondire, quanto la sorprendente distanza tra il pianeta dell’Expo Milano 2015 e il pianeta della realtà: un divario che peraltro, qualora lo si voglia, si farebbe ancora in tempo a colmare. Le aree montane ricoprono circa un quarto della superficie terrestre, sono abitate da un quinto della popolazione mondiale e da esse dipende il rifornimento idrico di oltre la metà degli abitanti del globo. Venendo più vicino a noi, è montuoso o di alta collina il 72 per cento del territorio italiano e il 40 per cento di quello lombardo. Oggi più che mai, in un’epoca in cui l’urgenza del riequilibrio dell’insediamento umano sul territorio fa diventare di grande attualità la riscoperta delle “terre alte” come risorsa e non più come problema, che Expo Milano 2015 le abbia ignorate è davvero increscioso. Non meno incresciosa, se fosse possibile, è l’altra colossale distrazione di Expo, quella relativa appunto alla zootecnia. E’ una distrazione già sorprendente per così dire a corto raggio, considerato che la Lombardia, con oltre un milione e mezzo di capi di bovini e oltre 4 milioni di suini, è di gran lunga il maggior produttore di latte e di carne d’Italia; ma tanto più lo diventa se lo sguardo si allarga al resto del mondo. Molte delle maggiori agricolture e agro-industrie del globo, dall’Australia agli Stati Uniti, dal Brasile all’Argentina e all’Uruguay, sono largamente e spesso prevalentemente basate sull’allevamento, che comunque ha grande tradizione e presenza anche altrove. Tra l’altro sin dal Medioevo in Europa, e particolarmente in Italia, partendo dalla valorizzazione delle carni e del latte si avviarono delle maestrìe che – scavalcate ma non travolte dalla moderna industria alimentare – oggi riemergono con successo, trovando spazi in un mondo di consumatori nuovamente interessati ad alimenti di qualità e di valore anche identitario. Con buona pace del cacao “cibo degli Dei” o del pur affascinante “Mondo delle Spezie”, che dire allora del mondo – forse meno affascinante agli occhi dell’intellighenzia urbana, ma non per questo irrilevante – dei 205 milioni di bovini del Brasile, degli oltre 94 milioni degli Stati Uniti, dei quasi 50 milioni dell’Argentina? Oppure dei quasi 73 milioni di ovini dell’Australia e degli oltre 32 milioni della Nuova Zelanda? Lo sviluppo della capacità di procurarsi carne con l’allevamento e non più solo con la caccia, e la scoperta della possibilità di trasformare un alimento importante ma non conservabile come il latte in un cibo a lunga conservazione come il formaggio, furono tappe fondamentali dello sviluppo umano. E lo stesso dicasi, con particolare riguardo alla civiltà occidentale, per quanto concerne la geniale valorizzazione e conservazione della carne suina, grazie a cui già sin dal primo Medioevo l’uomo europeo poté superare senza sfinirsi i rigori dell’inverno: un’invenzione di importanza decisiva, non a caso subito celebrata nel ciclo dei “Mesi dell’Anno” di cui l’Antelami ci lasciò testimonianza esemplare nel battistero di Parma.

Auguriamoci dunque che Expo Milano 2015 rimedi al più presto a queste sue due colossali distrazioni.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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4 risposte a Expo Milano 2015, ovvero il pianeta che non c’è

  1. Giorgio Cavalli ha detto:

    Riflessione utile.
    In effetti si direbbe che un tale programma sia pensato più da filosofi New Age che strizzano l’occhio alle mode correnti del veganismo che alla concreta economia dei Paesi sviluppati e in via di sviluppo. Con tutto il rispetto che è dovuto per la vita animale e per le scelte vegetariane.
    Forse un ampio capitolo dovrebbe anche essere riservato all’economia ittica, dato che molti Paesi, come il nostro, presentano ampie estensioni di costa e di economia legata alla pesca. Inoltre il pesce rappresenta una buona alternativa dietetica, capace di fornire proteine senza eccessi di grassi.

  2. p@t ha detto:

    concordo, sottoscrivo e condivido all’istante…

  3. Matteo Gatto ha detto:

    Peccato che i clusters, qui menzionati, non siano padiglioni tematici ma un innovativo modo di raggruppare i paesi discusso ed elaborato con loro. E che quindi non abbiano nessuna pretesa di coprire il tema di Expo ne in estensione ne in profondità ma servano ad agglomerare i paesi che non sono in grado di costruire un proprio padiglione, e che per farlo per la prima volta si sia scelto un criterio tematico e non geografico. Le aree tematiche di Expo Milano 2015 sono 5 e non 15 come si può riscontrare leggendo la guida al tema di Expo scaricabile dal sito. Nei 5 padiglioni di Expo, Padiglione Zero sulla storia dell’alimentazione, il Future food district sul suo futuro, Food and Art, Children Park e Biodiversity Park il tema animale è ovviamente ben rappresentato anche se, e a noi italiani potrà sembrare strano, la carne e il pesce coprono una quota minima del consumo alimentare del pianeta. SlowFood poi parteciperà mostrando nel suo valore tutta la filiera del latte e dei suoi derivati e così faranno i paesi nei loro oltre 60 padiglioni.
    Inoltre il taglio verso il pianeta e la sua agricoltura è un taglio legato al valore della parola paesaggio come luogo dell’interazione tra l’uomo e il suo ambiente, e per spiegare alcune scelte occorre anche spiegare che si è cercato di dare ai visitatori esperienza diretta del tema attraverso il contatto con la materia stessa del tema e purtroppo convenzioni internazionali impediscono di introdurre animali vivi nel sito espositivo cosa che ovviamente invece faremo con le piante e i prodotti agricoli.
    Nessuna svista colossale a mio vedere, ne aristocratico esotismo, ma molto pragmatismo.

    Per tanto invito tutti e l’amico Robi Ronza in primis a leggere la guida del tema di Expo 2015 scaricabile dal sito dell’evento e poi a criticare liberamente, magari, siccome i rapporti non mancano, domandando il perché di alcune scelte, pure discutibili, a chi con il suo limite ma con tutto l’impegno possibile sta lavorando alla costruzione dell’evento.

    altrimenti se va bene si fa dell’opinionismo quando non si alimenta il sospetto che le dinamiche del giudizio siano altre, cosa che sono certo non appartiene ad un intellettuale colto e preparato quale l’autore di questo blog.

    con immutata stima
    Matteo Gatto
    Direttore aree tematiche EXPO 2015

    • Robi Ronza ha detto:

      La difesa d’ufficio che l’amico Matteo Gatto fa dell’impianto generale dell’Expo 2015 è di una professionalità ammirevole, ma non cambia la sostanza delle cose. Chiunque se ne può rendere conto di persona andandosi a leggere, come egli stesso suggerisce, il documento “Guida al tema di Expo” raggiungibile tramite il sito http://www.expo2015.org . Da un punto di vista tecnico-amministrativo i 15 “cluster” saranno pure un modo elegante per consentire e valorizzare la partecipazione di Paesi che non possono permettersi di pagarsi un proprio padiglione, ma in pratica sono dei padiglioni tematici, e tra di essi non ce n’è uno che dia spazio alle terre alte e all’allevamento. Facciamo ad esempio il caso di due Paesi di pochi mezzi che parteciperanno all’Expo, il Nepal, stato himalayano per eccellenza, e la Mongolia che ha poco più di un milione e mezzo di abitanti ma vive dell’allevamento di circa 40 milioni di capi di bestiame. In quale “cluster” potranno mai trovare adeguata accoglienza? Per non restare fuori dovranno abbracciare e stringersi al petto quei pochi covoni di cereali che producono. La cosa è tanto più seria se si considera che, grazie al loro numero e al loro dislocamento nell’area espositiva, i “cluster” circonderanno l’insieme degli edifici maggiori come una grande ghirlanda evidente e per natura sua molto colorata. Saranno agli occhi dei visitatori come una specie di filo-guida alla visita dell’Expo. Per parte loro sulla carta nemmeno le Aree Tematiche ufficiali danno grandi speranze. Per convincersene basta vederne i temi. Però hanno il vantaggio di essere ancora largamente plasmabili. Si può sperare che Matteo Gatto, il quale le dirige, governandole trovi discretamente il modo di porre rimedio in tutta la misura ancora possibile alla colossale svista di cui si diceva? Mi auguro di sì.

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