Incontro Renzi_Berlusconi: forse una svolta storica, ma non tanto per i motivi che si dicono

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 18 gennaio 2014

La questione dell’auspicata nuova legge per le elezioni del Parlamento italiano – della quale tutti parlano ormai da mesi ma del cui progetto non si è vista ancora alcuna precisa traccia – resta al centro della cronaca politica in Italia. La notizia diffusasi ieri che Matteo Renzi, leader del Partito Democratico (PD), la principale forza dell’attuale maggioranza,  si preparava per questo a un “vertice” con Silvio Berlusconi, in quanto leader del maggior partito d’opposizione, ha suscitato l’ira sia dei partiti di centrodestra della maggioranza (NCD di Angelino Alfano e Scelta Civica già di Mario Monti) sia della minoranza interna “bersaniana” dello stesso PD. NCD e Scelta Civica ieri sera hanno minacciato di provocare la crisi del governo Letta se, prima di negoziare con Berlusconi, Matteo Renzi non si mette d’accordo con loro. La questione ha però un’importanza generale che va anche oltre queste turbolenze immediate. Per capirla occorre tener presente, ancora una volta, quanto la filosofia politica alla base delle istituzioni in Italia (e quasi ovunque in Europa) sia diversa da quella elvetica. Da questo punto di vista la continuità linguistica e culturale della Svizzera italiana con l’Italia non deve trarre in inganno: in quanto a forma dello Stato e del potere quasi cinque secoli di una storia politica del tutto diversa ci hanno resi lontanissimi. Sia che ciò avvenga ex lege, come accade a livello cantonale, sia che ciò avvenga in base a una rinnovata “formula magica”, come accade a livello federale, in Svizzera la coalizione di governo è in sostanza frutto non di alleanze tra forze politiche bensì della diretta volontà del popolo: ne fanno automaticamente parte tutti i partiti cui il voto del popolo ha attribuito un certo livello minimo di presenza in Parlamento. Da essi il popolo nel suo insieme si attende che sappiano trovare per ogni problema un compromesso accettabile da tutte le parti in causa. Si tratta peraltro di un riflesso in sede istituzionale dell’idea che il progresso umano e civile sia principalmente un prodotto della società civile e della sua dialettica; e che compito della politica, delle istituzioni sia soprattutto quello di consolidare e di stabilizzare le innovazioni che la società civile ha prodotto. In Italia, e in tutti i Paesi europei ove in vario modo persiste in questo campo l’eredità culturale della Rivoluzione francese, l’idea di fondo è un’altra: si parte dal presupposto che luogo primario del progresso umano e civile sia la sfera del potere politico, e che il suo motore siano quelle forze che, riuscendo a diventare maggioranza di governo, sono in grado di spingere in avanti una società civile incline all’inerzia scavalcando in sede politica la resistenza di un’opposizione che ipso facto viene intesa come il gendarme di tale inerzia. Nel tempo, e peraltro non solo in Italia, questo modello è entrato in crisi poiché il popolo si è diviso in due schieramenti di consistenza quasi uguale, oppure si è frantumato in varie forze che è difficile aggregare in schieramenti più vasti. In tutti i Paesi dove, come in Italia, il premier viene eletto non direttamente dal popolo bensì dal Parlamento, da ciò è derivata una tendenziale instabilità dei governi. Di qui l’elaborazione di meccanismi di voto che prevedono un ”premio di maggioranza”, in forza del quale le maggioranze relative prodotte dalle votazioni si trasformano in maggioranze assolute di seggi alle Camere. Vengono così a formarsi delle maggioranze artificiali, che però quando sono troppo artificiali perdono comunque legittimità e forza reale, e quindi non funzionano. In sostanza è questo ciò che è accaduto in Italia nel novembre 2011 con la caduta del IV governo Berlusconi,  cui il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha cercato di porre rimedio con due successivi “governi del presidente”, presieduti il primo da Mario Monti e il secondo da Enrico Letta. Nei fatti la sostanza delle cose non è cambiata dal momento che tali governi possono sopravvivere solo a patto di fare poco o nulla. Non si può uscire dalla crisi se non trovando il modo di tornare a votare con dei meccanismi che, pur prevedendo un “premio di maggioranza”, producano dei Parlamenti rappresentativi e quindi legittimati. Una recente sentenza della Corte Costituzionale, che ha abrogato per incostituzionalità alcuni punti-chiave della legge elettorale vigente, ha reso ancor più attuale la questione.  Sono alla ribalta principalmente due modelli: uno ispirato alla legge elettorale spagnola, che prevede l’elezione di parlamentari in circoscrizioni relativamente piccole senza ricupero dei resti in sede nazionale; l’altro, detto del “sindaco d’Italia” che consiste nella trasposizione a livello del Parlamento nazionale del sistema elettorale vigente per le elezioni comunali e regionali, ossia una competizione tra candidati proposti da coalizioni prestabilite di governo la quale ha luogo in due turni, il secondo dei quali è un ballottaggio tra i due candidati che nel primo hanno raccolto più consensi (che non ha luogo se già al primo turno un candidato ha ottenuto più del 50 per cento dei voti).  Matteo Renzi è deciso, come si diceva, a cercare in materia un ampio accordo “trasversale” non esitando perciò a negoziare pure con Berlusconi, anche a costo di scontentare gli alleati, poiché, egli afferma, la legge elettorale è qualcosa che non si può decidere “a colpi di maggioranza”. Il premier in carica, Enrico Letta, anche se non può dirlo chiaramente, ha in proposito un solo obiettivo: rinviare il più possibile le decisioni in materia. Sa bene infatti che, una volta varata la nuova legge elettorale, il suo governo verrebbe fatto cadere e si andrebbe presto a nuove votazioni. E il primo a volerne la caduta è il leader del suo partito, Matteo Renzi, il quale è convinto (a nostro avviso non a torto) che con Letta il PD vada incontro a una sicura sconfitta  Mentre scriviamo questo è il punto cui si è arrivati. La situazione è molto fluida, ma si considera la prospettiva di un accordo di base tra Renzi e Berlusconi avendo anche sulla sfondo le “grandi coalizioni” della cancelliera Merkel viene il sospetto che la Germania e l’Italia si stiano avvicinando un modello di relazioni tra le forze politiche inaspettatamente più vicino a quello svizzero.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Incontro Renzi_Berlusconi: forse una svolta storica, ma non tanto per i motivi che si dicono

  1. Giorgio Cavalli ha detto:

    Grazie Robi per la consueta chiarezza. Tuttavia non mi pare, alla luce di quanto si dice al momento sull’accordo Renzusconi (o forse Berluscenzi), che con questo ci si avvicini al modello svizzero, e forse neppure a quello spagnolo. Mi pare piuttosto che, sotto la maschera di questi modelli, diavolo e acqua santa (chi sia chi dipende dai punti di vista, ma mutando il rapporto dei fattori il prodotto non cambia) concordano su due punti fondamentali: 1) i principali partiti accettano di salvare i piccoli dal rischio di andare sotto allo sbarramento, a condizione che questi ultimi accettino la leadership dei grandi e si adeguino; 2) le liste, brevi o lunghe che siano, restano bloccate, ben saldamente in mano alle segreterie di partito, nazionali o locali che siano. Alla logica multipolare si sostituisce la logica bipartitica, ma soprattutto con i premi di maggioranza ci si allontana sempre più dalla rappresentatività popolare, cosa che il proporzionale, pur con tutti i rischi di ingovernabilità che chiedono di essere corretti, dovrebbe sempre consentire. Ne verrà fuori forse una governabilità forte, ma una più grande distanza tra paese reale e paese (il-)legale.

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