Legge elettorale: gli equivoci all’origine della necessità di un “premio di maggioranza”

Parlamento, la riforma che ci vorrebbe, editoriale, La Nuova Bussola Quotidiana,  22 gennaio 2014

L’accordo Renzi-Berlusconi promette di aprire una stagione di riforme di struttura del nostro sistema istituzionale. Non è casuale che i due abbiano parlato tanto del rinnovo della legge per l’elezione del Parlamento quanto di riforme costituzionali. Anche se vengono definiti con legge ordinaria, i meccanismi elettorali hanno evidentemente un peso costituzionale nel senso originario del termine. Pur  se al momento è difficile prevedere quanto e come potrà svilupparsi il processo ora avviatosi, vale comunque la pena di contribuire con ampiezza al dibattito dandogli un respiro che vada oltre ciò che di giorno in giorno la cronaca offre. In tale prospettiva vorrei qui sottolineare che la questione del “premio di maggioranza” — che tanto peso sta assumendo in questi giorni —    è una conseguenza di due diversi ruoli, tra loro in realtà poco compatibili, che il Parlamento riveste in una repubblica parlamentare come la nostra: da un lato quello di esprimere e di eleggere il governo, e dall’altro quello di controllarlo.  Storicamente il secondo di questi compiti a lungo fu in effetti il primo e l’unico.  I Parlamenti nacquero infatti per stabilire le imposte e controllare la spesa di governi che erano nominati e revocati dal re; e in tempi in cui, sulla base di principi generali di diritto, si governava per decreti e non, salvo rarissime eccezioni, in forza di leggi elaborate e promulgate ex novo. Oggi, in una repubblica a regime parlamentare come la nostra, il Parlamento non solo è innanzitutto chiamato a formare e sostenere il governo, ma quest’ultimo è di regola composto da parlamentari. Da ciò derivano due importanti conseguenze, entrambe negative: in primo luogo diviene necessario che possa formarsi una forte e stabile maggioranza parlamentare, anche a costo che, in forza di un “premio di maggioranza”, ne risulti deformato il carattere rappresentativo dell’assemblea; in secondo luogo la funzione di controllo del Parlamento viene di molto indebolita dal fatto che i controllati (ossia i membri del governo) sono colleghi dei controllori, e questi ultimi non soltanto aspirano in genere al passaggio nella più ristretta schiera dei controllati ma anche vivono tale passaggio come il culmine della loro carriera politica.

Quando invece, come tipicamente nel caso degli Stati Uniti, i capi dei governi (federale, statale, locale) vengono eletti direttamente dal popolo, e quindi non dipendono dalla fiducia o sfiducia dei Parlamenti, non c’è alcun bisogno di deformare con il “premio di maggioranza” la natura rappresentativa di questi ultimi. Il potere dei capi di governo e quello delle assemblee rappresentative non dipendono l’uno dall’altro, e dunque (come peraltro spesso accade) gli uni e le altre possono essere di diverso orientamento. Starà poi a loro trovare comunque il modo di giungere a ragionevoli compromessi in vista del bene comune. D’altra parte quando, come ancora negli Stati Uniti, gli incarichi di governo sono incompatibili con il mandato di rappresentanza parlamentare e i ministri o simili vengono nominati e revocati dai capi dei governi allora il parlamentare non è più un arrendevole aspirante ministro. La sua fortuna politica dipende infatti dalla misura in cui è un vero controllore di come vengono spesi i denari dei contribuenti nonché un motivato difensore degli interessi dei suoi elettori. Rispetto al nostro ordine costituito sembrano cose rivoluzionarie, ma altrove sono normalissime. Visto che si vuol mettere mano al titolo V della nostra Costituzione, quello che delinea l’architettura istituzionale della Repubblica, non sarebbe forse il caso di pensarci?

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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