Caso dei due marò: la fiera del dilettantismo o una remissività per motivi inconfessabili?

 Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 31 gennaio 2014

I parlamentari italiani, che si erano recentemente recati in delegazione a Dehli per perorare con i loro colleghi del Parlamento indiano la causa dei due fanti di Marina (marò)  detenuti in India, sono tornati a casa con le pive nel sacco. Motivo: il Parlamento indiano non era in sessione, ma loro non lo sapevano e nessuno gliel’aveva detto. L’Italia è molto meglio della sua pubblica amministrazione e della sua classe politica, ma la sua pubblica amministrazione e la sua classe politica sono quelle che sono. E, se mai ce ne fosse stato bisogno, questo episodio lo conferma. E’ mai possibile che una cosa del genere possa accadere? Sembrerebbe impossibile, ma è accaduta.

D’altra parte l’episodio è soltanto il più recente (e speriamo sia l’ultimo, ma ahimè non si sa mai) di una serie di errori marchiani e di iniziative dilettantesche che segnano fin dall’inizio la vicenda dei due fanti di Marina italiani detenuti in India dal febbraio 2012. Tutto cominciò il 15 di quel mese quando due pescatori indiani a bordo del peschereccio St. Anthony vennero uccisi al largo del Kerala, stato costiero del sud dell’India, da colpi di arma da fuoco sparati da un mercantile di passaggio che aveva scambiato il peschereccio per una nave pirata. Notiamo per inciso che sia il nome del peschereccio, che riprende quello di sant’Antonio da Padova, che i nomi delle due vittime segnalano la loro provenienza da una di quelle comunità cattoliche di rito latino, eredi della predicazione di San Francesco Saverio, che sono abbastanza frequenti nelle regioni litoranee sia del Kerala che del confinante Tamil Nadu. Tra le quattro navi che risultavano in navigazione nell’area, la petroliera italiana Enrica Lexie fu l’unica a rispondere affermativamente a un astuto messaggio radio della polizia del Kerala che chiedeva alle quattro navi se avessero quel giorno subito un attacco di pirati. Il suo comandante accettò di fermarsi e di fare scalo nel vicino porto di Kochi per chiarimenti. Giunta in porto, la nave venne sequestrata e da essa scesero per consegnarsi alla polizia locale due fanti di Marina in uniforme, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Inizia così la girandola di errori (a meno che si tratti di remissività per motivi inconfessabili) da cui derivano legittime domande tutte sin qui restate senza risposta. Vero o presunto che fosse, l’incidente era avvenuto in acque internazionali. Perciò la nave non aveva alcun obbligo di interrompere il suo viaggio e di mettersi a disposizione delle autorità indiane. Perché l’ha fatto, tanto più considerando quanto costa una deviazione e una sosta fuori programma a una grande nave mercantile ? Chi glielo ha ordinato? Essendovi nel tratto di Oceano Indiano compreso tra le coste somale e quelle indiane un certo rischio di attacchi di pirati, le navi che vi transitano hanno ormai di regola un presidio armato, nel caso delle navi italiane costituito da un nucleo di fanti di Marina ( i cosiddetti “marò”), i quali comunque dipendono non dal comandante della nave bensì direttamente dallo Stato maggiore della Marina Militare in Roma. Per garantire almeno due punti di vigilanza 24 ore su 24 occorrono almeno sei militari più almeno un ufficiale o sottufficiale. Chi ha deciso di mandare a consegnarsi alla polizia del Kerala i due militari Latorre e Girone, che a motivo del loro grado si può escludere fossero a capo del drappello imbarcato sulla Enrica Lexie? Perché proprio loro e non qualcun altro? Perché da un lato il governo italiano ha sempre negato che i due pescatori fossero stati uccisi da colpi sparati da bordo della petroliera, ma dall’altro ha corrisposto un forte indennizzo in euro alle loro famiglie?

Un altro aspetto sorprendente della vicenda è il fatto che, una volta fatta la frittata, dalla gestione diplomatica dell’incidente venne tagliata fuori l’ambasciata d’Italia a Delhi. Si cominciò con l’inviare nel Kerala una delegazione di funzionari ministeriali di rango non diplomatico, che non combinò nulla, finché Monti incaricò della questione uno dei sottosegretari agli Esteri del suo governo, l’italo-svedese Staffan De Mistura, già alto funzionario dell’Onu. Confermato in tale incarico dal nuovo governo Letta, De Mistura è tuttora in campo, ma a tutt’oggi senza alcun risultato sostanziale. Nel tempo sin qui trascorso i due militi sono tornati in permesso in Italia due volte, una nei giorni di Natale e Capodanno del 2012 -13, e l’altra per partecipare alle votazioni per il rinnovo del Parlamento che ebbero luogo nei successivi 24-25 febbraio. La seconda volta il ministro degli Esteri del tempo, Giulio Terzi di Sant’Agata, non avrebbe voluto farli tornare in India, e si dimise quando invece Monti impose il loro rientro.  Da allora i due militi, che nel gennaio precedente erano stati trasferiti a Dehli, risiedono nell’ambasciata d’Italia, ma con l’obbligo di presentarsi una volta alla settimana a firmare la loro presenza in un posto di polizia.  Il trasferimento era stato deciso dopo che la Corte Suprema dell’India aveva stabilito che competente a giudicare i due marò non è il Kerala bensì l’Unione Indiana, e che li deve giudicare un tribunale speciale.  A tutt’oggi questo tribunale non è stato costituito, mentre approssimandosi le votazioni per il rinnovo del Parlamento indiano la questione è divenuta un tema caldo della campagna elettorale. Come se già non vi fosse abbastanza benzina sul fuoco, in questi giorni si è avuta pure notizia che in Italia la magistratura di Busto Arsizio (Varese), nel quadro di un’indagine su presunte irregolarità amministrative nella fornitura all’India di elicotteri prodotti da un’azienda con sede nella vicina Gallarate, sta indagando su stretti collaboratori di Sonia Gandhi, leader di origine italiana dello storico partito del Congresso, uno delle maggiori forze politiche indiane. Frattanto arrivano dall’India segnali minacciosi, come l’annunciata possibilità che i due marò vengano incriminati in base a una legge federale indiana contro la pirateria che in casi estremi ( in effetti non in questo certamente, per fortuna) prevede anche la pena di morte.  Ormai la matassa si è intricata fino a questo punto, e per il momento diventa davvero difficile immaginarsi come se ne possa venir fuori.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Caso dei due marò: la fiera del dilettantismo o una remissività per motivi inconfessabili?

  1. francesco taddei ha detto:

    negli altri paesi l’esercito, nelle sue varie armi, è qualcosa con cui si identifica tutta la nazione. ma noi italiani non siamo ancora una nazione, solo un popolo che ormai si schifa pure della sua lingua, così troppo poetica per essere moderna. così i nostri politici soffrono di un remissivismo che ci obbliga a zerbinarci sempre con tutti gli altri. (vedi piloti americani che abbattono funivie, strage di ustica,ecc..). questo è rafforzato dalla situazione di paese sconfitto,conquistato e colonizzato che sarà mantenuta fino alla fine dei tempi perchè è ciò che per comunisti mondiialisti alla d’alema/prodi/napolitano e a preti,papi e cardinali vari, rappresenta “il bene” mentre essere fieri ed orgogliosi della propria nazione(popoli,interessi,esercito,lingua) è da fascisti, quindi “è male”. rileggiti i discorsi di napolitano e di mario mauro su quanto sia bello farsi comandare dall’europa senza poter mai decidere da soli sui nostri interessi perchè se no torna il fascismo, il nazionalismo, il male assoluto….P.S. in un paese normale se qualcuno manda i propri militari a processo in un altro paese viene processato per tradimento.

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