In Renzi c’è del buono, ma né dalla sua storia né dal Pd gli può venire tutto quello di cui ha bisogno per fare ciò che promette

Sfidare Renzi  sulla questione educativa, La Nuova Bussola Quotidiana, editoriale, 25 febbraio 2014

Non c’è dubbio che Matteo Renzi costituisca una grossa novità nel panorama della vita pubblica del nostro Paese. A titolo di personale verifica e diretta valutazione consiglio  a chi non ha avuto modo di seguire la diretta del suo discorso di ieri in Senato di andarselo a rivedere e sentire (in tutto un in parte) sui vari archivi di programmi televisivi cui oggi qualsiasi utente di Internet può accedere. Sulla carta il profilo suo e dei suoi non sarebbe molto diverso da quello di Letta e dei suoi. Si tratta in entrambi i casi di eredi, seppur l’uno indiretto e l’altro diretto, della sinistra democristiana che, per uno di quei paradossi di cui la storia non è avara, dopo esser nata e vissuta all’ombra dell’egemonia socio-culturale del Pci, e al traino della sua politica, oggi è alla guida di ciò che ne resta. Ferma restando tale come matrice, l’età, l’esperienza formativa e quella pubblica fanno del Peter Pan Matteo Renzi un personaggio del tutto diverso dal crepuscolare Enrico Letta. E lo stesso vale per quella parte del suo governo che si compone di persone scelte e nominate da lui. Anche il fatto che Renzi e altri di tale gruppo abbiano alle spalle un’esperienza nello scautismo cattolico fa una certa differenza. E’ un’esperienza abbastanza ben fondata in quanto ai principi di fondo, anche se poi in genere s’intreccia con una cultura umanitaria laica di matrice anglo-sassone che con la visione del mondo cristiana ha legami deboli e talvolta casuali. Ciononostante un presidente del Consiglio incaricato che apre il suo discorso richiamando a un valore civile di primaria radice cristiana come la fiducia reciproca, e che poi per inciso accenna a un incontro da lui fatto all’uscita dalla Messa domenicale, nei tanti decenni di governi dc  non s’era mai visto.

Renzi ha fatto un discorso mai allusivo, anzi sempre diretto, tra l’altro impegnandosi in modo chiarissimo a far pagare allo Stato tutti i debiti che ha con le imprese nonché a procedere a una riduzione a due cifre del cosiddetto cuneo fiscale. Se ci riuscirà, come tutti dobbiamo sperare, già questo basterà a farlo passare alla storia. Riguardo poi alle questioni rispettivamente dei cosiddetti “diritti” (ovvero dei presunti diritti civili specifici degli omosessuali) e del riconoscimento ipso facto della cittadinanza ex jure soli ai figli nati in Italia da genitori stranieri ha detto cose un po’ diverse da quello che alcuni giornali e telegiornali gli stanno facendo dire. Rispettivamente sui “diritti” si è impegnato solo a novità che siano condivise da tutta la sua maggioranza, e riguardo alla cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia ha alluso a criteri che si possono  condividere o meno, ma che non c’entrano affatto con lo jus soli.

Rimandando a future occasioni l’ulteriore approfondimento di queste due questioni, mi soffermo qui sul rilievo centrale che nel suo discorso, e quindi nel suo programma, ha attribuito alla scuola. Affermandola come strumento fondamentale per la rinascita del nostro Paese ha sottolineato valori e indicato obiettivi che sono evidentemente impraticabili e irraggiungibili nel quadro del nostro attuale sistema scolastico, caratterizzato dal monopolio statale della scuola pubblica gratuita. Un monopolio statale che, come sempre accade in questi casi, spreca enormi risorse ed ha quale primo e fondamentale scopo non il miglior servizio possibile agli utenti, bensì la difesa corporativa degli interessi di  coloro che su di esso vivono; e ciò anche a prescindere dalla qualità del servizio erogato. Proprio perché dunque  in  Renzi a mio avviso  c’è del buono, su questioni del genere occorre sfidarlo e tallonarlo senza tregua.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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