Renzi alla prova del…fuoco amico

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 8 marzo 2014

 Smentendo quanto sperato e annunciato dal nuovo premier italiano Matteo Renzi, la conclusione a Roma del dibattito alla Camera dei Deputati sul progetto di legge di riforma elettorale, prevista per ieri, è stata invece rinviata a dopodomani, lunedì; e non è escluso che si vada poi pure oltre. Anche cogliendo al volo l’occasione rituale dell’8 marzo, giornata della donna, gli avversari del progetto hanno infatti gettato un nuovo bastone tra le sue già traballanti ruote: si tratta delle “quote rosa”, ovvero di meccanismi con cui garantire in misura fissa la presenza femminile nelle liste dei candidati alle votazioni. La presidente della Camera, Laura Boldrini, esponente di Sel (il partito di Nichi Vendola) e ostile per principio alla riforma in discussione, ha subito proposto alle sue colleghe deputate una mobilitazione in tal senso. Al suo fianco sono scese in campo anche diverse deputate dei partiti  schierati a sostegno del progetto, evidentemente ignare della natura smaccatamente strumentale dell’’iniziativa che peraltro, facendo delle donne in politica una categoria protetta, non è detto giochi davvero a loro favore.

Sono due le grandi novità che Renzi aveva indicato come primi obiettivi del suo governo: una è la riforma elettorale e l’altra è la riforma del Senato. Se l’una, come dicevano, stenta a procedere, l’altra non è nemmeno ancora partita. E, in un caso come nell’altro, il grosso dell’opposizione non è esplicita ma “subacquea”; e proviene non solo dall’esterno ma anche dall’interno della maggioranza. Il dibattito sulla riforma elettorale ha potuto almeno iniziare perché di essa esiste un progetto depositato, noto col nome…d’arte di “Italicum”. Tale progetto è frutto di un accordo trasversale tra Renzi e Berlusconi. chiamato “patto del Nazareno” (dal nome della via di Roma ove il Partito democratico, PD, ha la sua direzione nazionale, sede dell’incontro in cui i due siglarono tale accordo). Sulla riforma del Senato invece nemmeno il Partito Democratico ha ancora un progetto ufficiale. Esiste solo un progetto presentato dal deputato PD Giorgio Tonini, ispirato al modello del Bundesrat della Repubblica Federale di Germania, che però Renzi ha respinto. Il progetto di Tonini dà infatti alle Regioni un rilievo che Renzi non condivide.  Al riguardo è importante sottolineare un aspetto del progetto politico del nuovo premier italiano sin qui troppo spesso lasciato in ombra.  Per quanto attiene all’ordinamento generale della Repubblica Italiana, Renzi non è affatto un federalista. Nel suo progetto ideale ci sono soltanto i Comuni da una parte e lo Stato dall’altra. Egli è non solo un ardente sostenitore dell’abolizione delle Province, ma vede anche molto male le Regioni, che nella riforma costituzionale da lui prospettata verrebbero fortemente assoggettate a dei “poteri di indirizzo” del governo di Roma. Si noti poi che — cosa molto significativa — come in genere tutti gli attuali sostenitori dell’abolizione delle Province anche Renzi non prevede affatto invece la parallela abolizione delle Prefetture. Queste sono organi distaccati del ministero degli Interni, con una circoscrizione coincidente con quella delle attuali Province le quali, avendo a capo un alto funzionario di nomina governativa (il Prefetto), sovrintendono a tutti gli uffici e i servizi statali sul loro territorio compresa la Polizia di Stato, e un tempo controllavano pure i Comuni. Nella prospettiva di Renzi dunque, scomparse le Province e ridotte le Regioni a organismi assoggettati al coordinamento dei ministeri romani, ciascuno dei circa 8 mila Comuni italiani  starebbe da solo di fronte a Roma e al suo Prefetto. In tale orizzonte Renzi pensa perciò a un Senato trasformato in sostanza in una camera di consultazione dei Comuni (che poi di fatto funzionerebbe, come sempre accade in casi come questo, più dall’alto verso il basso che dal basso verso l’alto).

Stando così le cose la situazione si complica ulteriormente. Ci sono infatti aree politiche che condividono il progetto di riforma elettorale del “patto del Nazareno”, inteso a garantire una maggiore stabilità dei governi di Roma, ma che sono contrarie  al  neo-centralismo sotteso alla riforma del Senato cui pensa Renzi; e viceversa. Si tenga poi conto che il primo è frutto di un accordo “bi-partisan” tra Renzi e Berlusconi, mentre il secondo attiene al programma di governo di Renzi, riguardo al quale Forza Italia sta all’ opposizione. Ciascuno dei due progetti insomma fa riferimento a una diversa maggioranza.  Non ha ovviamente senso parlare di insuccesso di Renzi a pochi giorni dalla sua entrata in carica, come già si stanno precipitando a fare diversi giornali in Italia. E’ certo però che al suo governo si sta prospettando un cammino non facile, e non avrebbe potuto essere diversamente. Se si punta a grandi riforme, come è nelle ambizioni dell’ex-sindaco di Firenze, la via che si  imbocca non può che essere accidentata.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Renzi alla prova del…fuoco amico

  1. francesco taddei ha detto:

    le prefetture servono per garantire almeno l’unità dello stato.
    l’unica soluzione per tenere unito questo paese è il federalismo fiscale e la sussidiarietà nei servizi, in cui le regioni (o macroregioni)sarebbero organi di controllo, non stati a sè.
    lo stato deve essere il filo che unisce tutti, no all’abolizione delle prefetture di stampo leghista. federalismo non significa tutti slegati ma diversi organi per diverse competenze, con lo stato centrale che svolge funzioni generali e unificanti.

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