La politica estera di Matteo Renzi: una novità positiva

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 24 marzo 2014

Nei confronti dell’Unione Europea “l’Italia ha un atteggiamento non supino né subalterno. Non veniamo a Bruxelles con sudditanza psicologica o subalternità culturale, non veniamo qui a prendere ordini  ma abbiamo una grandissima fiducia nelle istituzioni europee, e vogliamo investire sull’Europa che è il nostro futuro”: con queste e altre simili parole, pronunciate venerdì scorso al termine del primo vertice europeo cui ha partecipato, il nuovo premier italiano Matteo Renzi ha ribadito quella che è una delle maggiori novità positive del suo governo. Un ingiustificato complesso d’inferiorità nei riguardi dell’ ”Europa” era infatti sin qui tipico dei governi di Roma, sia di quelli di centro-sinistra che di quelli di centro-destra. A questo riguardo l’entrata in scena di Renzi segna una marcata svolta, che peraltro s’iscrive nella svolta complessiva da lui impressa alla politica internazionale dell’Italia. Che qualcosa stesse mutando nella materia è stato evidente da subito con la decisione del nuovo premier  di non scegliere Washington quale meta della sua prima visita ufficiale all’estero. A quasi settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, e a oltre venti dalla fine della Guerra fredda, questo gesto di omaggio al “grande fratello” americano era ormai sempre meno giustificato e anche sempre più irritante (almeno per chi era consapevole del suo significato). Come già avemmo modo di osservare, quale meta del suo primo viaggio all’estero come capo del governo italiano Renzi non scelse Washington, e nemmeno una capitale europea, bensì Tunisi. Questo la dice lunga sulla diversità delle linee politiche che si raccolgono all’interno del Partito Democratico; e pure all’interno delle sue due diverse radici, rispettivamente quella che risale al vecchio Partito Comunista e quella che risale alla Margherita, ovvero alla vecchia sinistra democristiana. Per quanto attiene al ruolo dell’Italia in sede internazionale, dentro quest’ultima le tradizioni sono due: da una parte la tradizione degasperiana, “atlantica” ovvero filo-americana, di cui Enrico Letta era un tipico esponente, e dall’altra invece quella lapiriana, che guarda innanzitutto all’oriente europeo e mediterraneo. E’ il filone cui Giorgio La Pira aveva dato una voce forte, ma fatalmente non così forte da poter andare oltre i ferrei vincoli di schieramento della Guerra fredda. Oggi (e ormai già da tempo) la prospettiva di La Pira è divenuta possibile. E Renzi ne sta tenendo conto. Erede in questo di Giorgio  La Pira, il cui pensiero era stato il tema della sua tesi di laurea, ha poi detto chiaramente di averlo fatto per sottolineare l’importanza prioritaria che il Mediterraneo riveste per l’Italia.Analogamente il nuovo premier italiano guarda all’Unione Europea  con occhi ben diversi da Letta, da Monti, da Prodi. Diversamente che per loro, il Nordeuropa secolarizzato di tradizione protestante non è il sol dell’avvenire verso cui l’Europa mediterranea deve volgersi col cappello in mano inchinandosi devotamente. Fermo restando che “l’Europa è il nostro futuro”,  all’Unione Europea l’Italia ha molto da dire e molto da dare.  In tale prospettiva  il  cambiamento delle regole che  Renzi dichiara di voler promuovere in sede europea è qualcosa che va anche oltre la pur cruciale urgenza di rompere la camicia di forza di norme imposte da Bruxelles (in nome e per conto di Berlino) che stanno attualmente impedendo all’Italia come ad altri Paesi membri dell’Unione di cominciare ad uscire dalla crisi economica internazionale. Al di là di tale necessità immediata il nuovo premier italiano punta a un riequilibrio dell’Unione Europea a favore dei legittimi interessi, sin qui sempre sacrificati, dell’Europa mediterranea e di quella danubiana. Con Cipro l’Unione Europea è a mezz’ora di volo da Beirut e da Damasco, mentre con la Bulgaria e la Romania si affaccia sul Mar Nero, il mare che bagna la Crimea. L’Unione Europea non può più permettersi di considerare il Mediterraneo come un retrobottega ovvero lasciare che diventi il teatro di schermaglie di retroguardia della Francia e dell’Inghilterra. Tutto questo però implica un nuovo e più attivo ruolo europeo dell’Italia al quale Renzi sta evidentemente pensando. Sin qui il Renzi statista, ma poi c’è anche il Renzi leader del Partito Democratico alla sua prima prova elettorale, quella in calendario per il prossimo 25 maggio quando in tutta l’Unione si voterà per il rinnovo del Parlamento Europeo; e in Italia anche per i sindaci e i consigli comunali di oltre 4 mila comuni, più della metà degli oltre 8 mila comuni italiani. Un po’ in tutta l’Unione si teme o la vittoria o comunque l’ottimo risultato di partiti “anti-europeisti” ( in Italia il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e la Lega Nord). In realtà non è affatto vero che tutti gli elettori di sentimenti “anti-europeisti” siano comunque ostili all’Unione Europea in quanto tale. Molti non mettono in discussione l’Unione in sé bensì la sua attuale struttura e il suo attuale funzionamento. E’ il voto di costoro che Renzi punta ad orientare verso il PD con la sua presa di posizione appunto a favore di una profonda riforma delle istituzioni europee. Se ci dovesse riuscire, il suo partito potrebbe ottenere alle votazioni del 25 maggio un successo cui sin qui non sembrava affatto destinato.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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