La Fiat se ne è andata dall’Italia. Avrebbe dovuto essere uno shock, invece niente

Taccuino Italiano,Giornale del Popolo, Lugano, 10 aprile 2014
Dando compimento a un piano che Sergio Marchionne aveva chiaramente annunciato almeno da tre anni a questa parte — senza tuttavia che né la politica né l’economia italiane facessero il minimo serio tentativo per evitare questo storico esodo — la Fiat se ne è andata dall’Italia. Avrebbe dovuto essere uno shock, invece niente. Pur di evitare la prova dell’esame di coscienza nazionale che un fatto del genere avrebbe dovuto imporre, sia l’Italia politica che quella economica hanno preferito far finta di nulla.

Lunedì 31 marzo scorso, per l’ultima volta da quando venne fondata 115 anni fa, l’assemblea ordinaria degli azionisti della storica azienda si è riunita a Torino. L’anno venturo il bilancio sarà discusso e approvato nei Paesi Bassi dove il gruppo avrà la sede legale, mentre a Londra si terranno i consigli di amministrazione. Ci sarà ancora a Torino, durante l’estate, un’assemblea straordinaria per deliberare “sui termini della fusione che entro l’anno sarà completata” e morta là, per dirla non a caso alla piemontese. C’è poi poco da sorprendersi. Già da qualche anno Fiat altro non è che uno dei marchi di un gruppo che la eccede largamente. Il prossimo 6 maggio a Detroit, il vero centro del gruppo, Marchionne ha fatto sapere che presenterà il piano in forza del quale il gruppo Fiat Chrysler Automobiles dovrebbe arrivare a produrre nel 2018 sei milioni di vetture. Di queste quante potranno uscire dagli stabilimenti Fiat, che nel 2011 hanno fabbricato complessivamente soltanto poco meno di 677 mila vetture? In ogni caso una modesta quantità rispetto al totale del gruppo. E si aggiunga che la maggior parte di questi stabilimenti non è in Italia. “Chrysler ha salvato la Fiat, non il contrario”, non ha esitato a dire Marchionne. La scelta ‘neutrale’ della sede è stata fatta “per non offendere nessuno (…).ma. abbiamo scelto un terreno neutro anche per i maggiori vantaggi fiscali per i finanziamenti del gruppo, che potrà così pagare dividendi senza ritenute”.
Il caso della Fiat merita particolare attenzione per la sua consistenza e per il suo evidente valore simbolico, ma vale innanzitutto come esempio di un fenomeno più ampio, ovvero l’attuale esodo di massa verso l’estero dell’apparato industriale del Nord Italia se non dell’Italia tout court. Si tratta peraltro di un fenomeno ben noto anche a queste latitudini dal momento che la Svizzera Italiana ne è una delle mete più a portata di mano. Se però Milano riesce malgrado tutto a trattenere ancora sul posto fette importanti dell’industria manifatturiera e dei servizi alle imprese, nel Nordest italiano la fuga delle aziende verso la Carinzia austriaca, verso la Slovenia, l’Ungheria, la Croazia ha assunto dimensioni imponenti e clamorose. Nel Nordest sembrano ormai avere un futuro solo le attività che dipendono direttamente o indirettamente da risorse uniche inamovibili, ossia in sostanza dai beni culturali. Finché insomma qualcuno non riuscirà a far diventare Budapest così “veneziana” da far dimenticare Venezia chi vive di Venezia può stare tranquillo… ma è una magra consolazione perché nemmeno Venezia basta a far vivere come si deve tutto il Nordest.
Le svolte storiche non sono mai istantanee. Diversamente che nei fenomeni fisici il mutare delle situazioni non ha effetti immediati. Finché restano attive e influenti le generazioni umane formatesi nei contesti precedenti, in certa misura è come se essi ancora perdurassero. La svolta avviene dopo — in modo magari sorprendentemente rapido ma ciononostante talvolta troppo tardi — quando a queste danno il cambio le generazioni successive. E’ questo che sta accadendo adesso, a vent’anni di distanza da quando, a seguito dell’effettivo attuarsi sia del mercato comune europeo che anche della globalizzazione, le fiscalità e le pubbliche amministrazioni dei vari Stati sono entrate in concorrenza tra loro. Agnelli e Romiti hanno potuto ancora fare come se così non fosse, ma questo ha poi costretto Marchionne e John Elkann a tirarne di colpo e ad ogni costo le conseguenze. E la medesima cosa è accaduta, con nomi meno noti e su più piccola scala, in migliaia di altre aziende italiane, mentre la politica e le organizzazioni di rappresentanza sia dei lavoratori che degli imprenditori restavano ancora più indietro. A questo punto non resta in Italia se non la speranza di una grande rincorsa, che il nuovo premier Matteo Renzi rappresenta molto bene verbalmente e mimicamente. Resta ancora da vedere se la realtà dei fatti corrisponderà alla sua verve toscana e alla sua mimica. Per il bene dell’Italia dobbiamo augurarci che vi corrisponda molto.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a La Fiat se ne è andata dall’Italia. Avrebbe dovuto essere uno shock, invece niente

  1. perlasinistraunita ha detto:

    L’ha ribloggato su Per la Sinistra Unita.

  2. francesco taddei ha detto:

    vorrei chiedere a marchionne e a quelli che vogliono l’uscita dalleuro: ma se la fiat costruisce la bravo e la vw la golf e hanno quasi lo stesso prezzo, perchè 3/4 italiani e 3/4 degli europei comprano la golf? che hanno la pistola alla tempia? allo stesso prezzo perchè si sceglie quasi tutti una vettura piuttosto che l’altra? c’entra niente la qualità? l’affidabilità? l’innovazione?

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