Renzi: il fine è buono, ma i mezzi lasciano molto a desiderare

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 2 maggio 2014

 Dopo aver dato notizia lo scorso 29 marzo che l’inizio del dibattito parlamentare sul suo progetto di riforma del Senato viene procrastinato al 10 giugno, ossia a dopo le votazioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, ieri il premier Matteo Renzi ha riempito di nuovo le prime pagine dei giornali e dei telegiornali in Italia con l’annuncio dell’avvio del suo progetto di riforma generale della pubblica amministrazione, peraltro più che mai urgente.

Avendo muta al suo fianco il ministro senza portafoglio per la Semplificazione e la Riforma della Pubblica amministrazione Maria Anna Madia, neo-mamma rientrata per la circostanza dal congedo per maternità, l’altro ieri in una conferenza stampa Renzi ha presentato quella che non ha esitato a definire “una rivoluzione”. Il documento resterà in pubblica consultazione per trenta giorni: chiunque potrà contribuirvi inviando critiche e suggerimenti sul sito www.rivoluzione@governo.it. Poi, alla seduta del Consiglio dei Ministri in calendario per il prossimo 13 giugno, il premier presenterà il relativo disegno di legge.

Renzi è in carica dallo scorso 22 febbraio, ossia da poco più di due mesi, quindi non lo si può comunque accusare di non mantenere le sue promesse. Si può tuttavia già valutare in che misura la filosofia politica cui egli si ispira può essere di aiuto o viceversa di ostacolo ai suoi propositi. Sovviene in proposito un’interessante intervista a Giuseppe De Rita pubblicata ieri dal Corriere della Sera. Richiesto di una valutazione complessiva del progetto politico del nuovo premier, De Rita, fondatore del Censis, forse il più autorevole think-tank italiano, osserva che “Renzi è l’ultimo anello di una catena cominciata con Craxi e proseguita con Berlusconi”: una sequenza di leaders politici che, al di là di ogni immediata diversità tra loro, hanno in comune la convinzione che per  ammodernare e rendere più efficienti le istituzioni dello Stato italiano occorra innanzitutto verticalizzare il potere. E’ questo, continua De Rita, “lo stesso discorso che ha fatto Berlusconi per vent’anni. Adesso tocca a Renzi”. Sono leader che lavorano perché la vecchia piramide sociale si trasformi in una colonna. “E sulla colonna c’è l’uomo solo al comando di turno. Inevitabile che quell’uomo pensi unicamente alla base che lo sorregge e veda il corpo intermedio come qualcosa di estraneo, come una realtà che non gli appartiene”, e che quindi tenti di eliminarlo.

Ferma restando la simpatia umana per il personaggio e senza mettere in dubbio le sue buone intenzioni, se si vanno a vedere da vicino le riforme che Renzi ha già delineato non si possono che condividere il giudizio di fondo di Giuseppe De Rita e le sue preoccupazioni. Niente di più lontano dalla sua filosofia di principi politici — che tra l’altro così buona prova danno a queste latitudini — come la sussidiarietà, l’autonomia, la coincidenza nel medesimo livello di governo delle responsabilità sulla spesa e di quelle sul prelievo fiscale (“chi paga comanda e chi comanda paga”) e così via. Tutto nelle riforme che sta proponendo Renzi viaggia nel direzione opposta. In Italia le due Camere sono in larga misura un inutile doppione dal momento che oltre ad avere le stesse competenze sono anche quasi identiche in quanto a rappresentanza (l’unica differenza è che per votare per il Senato occorre avere almeno 25 anni e non soltanto 18, e per esservi candidati occorre avere almeno 40 anni).  Si sarebbe però potuto riformare il Senato senza togliergli peso politico su modelli come quelli del Consiglio degli Stati, o del Bundesrat tedesco o del Senato degli Usa. Invece Renzi vuole in pratica eliminarlo riducendolo a una camera di meno di 150 membri con competenze quasi irrilevanti composta di rappresentanti delle Regioni e dei comuni non eletti bensì nominati; e con in più una grossa fetta di membri (ben 21 nel primo progetto) scelti  dal presidente della Repubblica. Adesso, di fronte a una forte opposizione anche dall’interno del suo partito, sembra si stia rassegnando all’idea che i membri del nuovo Senato in rappresentanza dei governi locali possano venire eletti, ma comunque in un modo che ne riduce il peso politico.

Più che in quanto tali (hanno infatti bilanci e competenze relativamente esigui), la Province in Italia contano perché sono perimetri su cui si rimodella una quantità di circoscrizioni di enti sia di diritto pubblico che di diritto privato, dai comandi territoriali dei carabinieri ai sindacati. Riformarle ha un senso, abolirle invece provocherebbe o ahimè provocherà un grande caos amministrativo e probabilmente non risparmi ma addirittura maggiori costi. Ciononostante Renzi punta a tutta forza alla loro abolizione come se fosse la via della salvezza. Infine la riforma generale della pubblica amministrazione delineata l’altro ieri è tutta all’insegna dell’idea che l’accorpamento e la centralizzazione siano di per sé una garanzia di minor spesa e maggiore efficienza: un’idea che tutta della storia dello Stato italiano contraddice. In quanto al governo del territorio il sogno di Renzi è un ritorno alla centralizzazione totale che caratterizzava il Regno d’Italia quando tra i comuni e il governo di Roma non c’erano altro che i prefetti, alti funzionari statali alle diretta dipendenze del ministro dell’Interno che tra le altre cose presiedevano pure i  consigli provinciali. Nel suo progetto infatti, eliminate le province, restano le prefetture che inoltre aumentano di peso diventando meno numerose, soltanto 40: una per ogni capoluogo di Regione più altre ad hoc in aree dove più impegnativa è la lotta contro la criminalità organizzata. E’ evidente che il prefetto con sede nel capoluogo di Regione è inteso come un controllore del presidente della Regione, livello di governo che Renzi non ama. Se potesse farebbe fare alle Regioni la stessa fine che ha riservato alle Province, ma siccome sa di non potersene liberare per adesso si limita a non parlarne mai.   L’uomo insomma ha dei buoni propositi, ma punta a perseguirli con metodi controproducenti.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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