Riforme e sussidiarietà: o si cambia davvero strada o non si va lontano

IL CASO / la TASI, e quei due “equivoci” che ci portano in un vicolo cieco, Il Sussidiario, 26 maggio 2014

Il pasticcio che si sta creando in Italia attorno alle imposte  comunali (forse) dovute nel prossimo giugno conferma ancora una volta quanto il riformismo tradizionale abbia dei limiti anche più forti dell’eventuale buona volontà dei riformatori.  Al di là del basso livello complessivo della nostra amministrazione statale, e senza escludere un certo deliberato boicottaggio da parte della burocrazia, c’è evidentemente anche qualcos’altro. C’è un problema di “filosofia” della cultura amministrativa dello Stato moderno,  le cui conseguenze diventano tanto più nefaste nel caso del nostro Paese, trattandosi di uno Stato moderno particolarmente mal riuscito.

Diversamente dal nuovo possibile Stato post-moderno fondato sulla fiducia e quindi sul principio di sussidiarietà, lo Stato moderno si fonda sulla sfiducia e quindi innanzitutto sul principio del  controllo.  Conseguentemente, finché resta in questo alveo, chi vuol riformare  scommette non sulla responsabilità delle persone, delle comunità e dei territori bensì sulla centralizzazione delle decisioni e sul controllo centralizzato. Non  puntando dunque sulle responsabilità di governo chiaramente e fermamente ripartite, finisce perciò senza scampo nel fatale groviglio che è inevitabile quando il potere di governare la spesa e quella di governare il correlativo  prelievo fiscale non sono nelle stesse mani. E’ su queste secche che il governo Renzi si sta arenando malgrado la sua conclamata volontà di fare molte riforme presto e bene.

Quando si vuol riformare introducendo norme e procedure che stabiliscono delle eccezioni rispetto a un sistema nel suo complesso immutato, va sempre a finire che paradossalmente si complicano e si rallentano i processi. Pretendendo poi di fissare dal centro norme che dovrebbero adattarsi a una miriade di situazioni e di casi diversi va a finire che si arriva a procedure così complesse da risultare inapplicabili.  Il “caos” o la “giungla”  sono un prodotto non degli 8 mila comuni  e delle loro eventuali inadempienze bensì di leggi e decreti con cui il potere centrale vuole sostituirsi alla responsabilità dei sindaci. In realtà  una vera riforma non sarebbe affatto tecnicamente difficile (il che beninteso non si significa che non sarebbe politicamente ardua). Basterebbe restituire ai comuni e quindi ai sindaci la loro autonomia, e  correlativamente la loro responsabilità senza alcun “paracadute”. Basterebbe riservare loro un determinato  campo d’imposizione lasciandoli poi liberi di fissare imposte entro un limite massimo uguale per tutto il Paese, libero però ogni sindaco di tassare meno, e quindi di facilitarsi la rielezione, se riesce a spendere meglio.  Le imposte non sono una regola; le imposte sono un prezzo, il prezzo dei pubblici servizi. E, come tutti ormai sappiamo, per tenere i prezzi bassi quanto più possibile non c’è metodo migliore se non quello di lasciarli liberi.

Un altro analogo grosso equivoco che porta al fallimento anche i riformatori meglio intenzionati è quello della marcia verso la conquista della mitica  “stanza dei bottoni”. Molto potere sta ora migrando verso l’Unione Europea, peraltro in modi che ne stanno facendo un colossale focolaio di tendenze neo-autoritarie. Perciò molti candidati alle ormai imminenti elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo ci stanno promettendo, anche con ottime intenzioni, che vogliono andare a Bruxelles per ottenere che in quella famosa stanza ci sia maggiore sensibilità per legittimi interessi e per lodevoli valori finora ivi trascurati. Beninteso ciò ha un suo senso; e in certa misura vale comunque, diciamo così…per legittima difesa. A lungo termine tuttavia la prima battaglia da fare è quella contro il dilagare sin qui irrefrenabile della Commissione Europea ben al di là delle sue competenze e dei suoi legittimi poteri, peraltro accompagnata da una frequente latitanza nelle materie-chiave che sarebbero le sue (basti pensare alla politica dell’energia o a quella delle grandi infrastrutture).  L’altra strada  serve a poco anche perché in effetti la “stanza dei bottoni” non c’è. Per natura sua infatti un potere tecnocratico neo-autoritario non si concentra in un luogo preciso e visibile ma serpeggia in mille rivoli producendo pseudo-norme ( linee-guida, raccomandazioni, dichiarazioni ufficiali,  fac simile e cose del genere) che poi vengono imposte di fatto come norme legittime cogenti, se necessario anche  grazie all’aiuto di organismi giudiziari  complici.

Malgrado la ricomparsa o  il ritorno alla ribalta internazionale dei grandi paesi delle Americhe e dell’Oriente, l’Europa e il Mediterraneo continuano ad essere il principale  crocevia della civiltà dell’uomo.  Perciò la battaglia per la libertà contro la tirannide tendenziale  che vena il tramonto dell’età moderna, cui qui siamo chiamati, vale non soltanto per noi stessi ma anche per il resto del mondo. In chi si impegna ad ogni livello nella vita pubblica ciò implica la ferma volontà di lavorare davvero per un nuovo inizio sfuggendo alla tentazione di compromessi di corto respiro.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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