Elezioni europee, il caso Italia

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 28 maggio 2014

Alle votazioni dello scorso anno 2013 per il rinnovo del Parlamento di Roma il Partito Democratico, Pd, di Matteo Renzi aveva raccolto il 25,4 per cento dei suffragi. A quelle di domenica scorsa per il rinnovo della delegazione italiana (73 deputati) al Parlamento Europeo ne ha raccolti il 40,8 per cento.  Si tratta di un balzo che non ha

precedenti in tutta la storia della democrazia in Italia. Facendo il confronto con le precedenti votazioni europee, che ebbero luogo nel 2009, il cambiamento di scena non è meno clamoroso: allora il Pd aveva prevalso soltanto in tre Regioni, ossia il Trentino-Alto Adige/SűdTirol, l’Emilia-Romagna e la Toscana, mentre in tutte le altre (persino nell’Umbria tradizionalmente “rossa”) aveva vinto il Partito della Libertà, PdL, di Silvio Berlusconi. Questa volta invece il Pd è arrivato primo dappertutto, il che gli ha tra l’altro consentito di tornare al potere  nelle due Regioni, il Piemonte e l’Abruzzo, ove si votava pure per il rinnovo del governo e del parlamento regionali. Di particolare valore anche simbolico la riconquista del Piemonte, storica roccaforte dell’area di sinistra, dove la maggioranza uscente era di centro-destra e il presidente, Cota, era espresso dalla Lega Nord.Il partito invece che tutti i (presunti) esperti davano in grande ascesa, ossia i neo-anarchici del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, non soltanto non è aumentato ma anzi è sceso dai circa 8,7 milioni di voti del 2013 ai 5,8 di domenica scorsa. Nonostante che i cosiddetti “sondaggisti”, chiusi nel loro mondo, continuassero a darlo in ascesa, nell’ultima settimana di campagna elettorale si percepiva che tra i proverbiali uomini della strada i Cinque Stelle cominciava a perdere terreno.  Le invettive e le urla di Beppe Grillo stavano non solo stancando ma anche preoccupando. Come anche noi avevamo già in passato avuto modo di scrivere, Grillo assomiglia troppo al Benito Mussolini della prima fase del fascismo, quella chiamata “sansepolcrista” dal nome della piazza di Milano ove il futuro Duce e i suoi avevano avuto la loro prima sede. Ci sono dei discorsi di Mussolini di quei tempi che – cambiati i nomi e i richiami di circostanza – sembrano quelli di Grillo.  Quella dunque di fermare un altro matto prima che fosse troppo tardi era divenuta una preoccupazione sempre più diffusa. Ciò tuttavia che non si poteva prevedere era quale scorciatoia gli elettori avrebbero imboccato per sbarrare la strada a Grillo; e in particolare gli elettori tradizionalmente di centro-destra. Quando però Berlusconi ha iniziato a dire che Renzi era comunque meglio di Grillo molti di questi elettori ne hanno tirato le conseguenze. Non si spiegherebbe altrimenti come mai la Lombardia e il Veneto, dove il Partito comunista e tutti i suoi eredi fino al Pd non avevano mai ottenuto consensi significativi, questa volta abbiano essi pure dato al Pd oltre il 40 per centro dei voti. Se si pensa che alle votazioni regionali del 2012 in Lombardia il candidato di centro sinistra alla presidenza della Regione aveva vinto soltanto nella città di Milano (meno di un milione e mezzo di abitanti sui quasi 10 milioni dell’intera Lombardia), mentre ovunque altrove aveva prevalso il candidato di centro-destra, si ha un’idea dell’entità della svolta.

Beninteso,  Renzi può contare anche su consensi stabilmente raccolti, al di là di quelli di coloro che adesso l’hanno estemporaneamente  votato in funzione anti-Grillo. Ciò fermo restando, una volta… disinnescato Beppe Grillo ben difficilmente il Pd di Renzi potrebbe giungere di nuovo a risultati del genere. Anche per questo Renzi ha buoni motivi per non giocare la carta dello scioglimento anticipato del Parlamento italiano e quindi di nuove votazioni. La grande legittimazione democratica che gli è venuta dalle votazioni per il Parlamento europeo gli basta e avanza per andare avanti fino al 2018, ovvero fino alla naturale scadenza delle Camere, tanto più che ha i numeri per farlo grazie all’alleanza con il Nuovo Centro Destra, Ncd, di Angelino Alfano nonché al sostegno esterno di Silvio Berlusconi e del suo Forza Italia sulle grandi riforme di struttura.

In sede di Unione Europea, dove tra l’altro l’Italia sarà presidente di turno nel semestre luglio-dicembre prossimi, il grande risultato appena ottenuto fa del Pd di  Matteo Renzi la forza principale del Partito socialista europeo, il secondo gruppo più numeroso nel Parlamento di Strasburgo dopo quello che ha il nome di Partito popolare europeo. Ieri i capi di governo dei paesi dell’Unione sono convenuti a Bruxelles per un primo incontro dopo delle votazioni che, salvo il caso della Germania, hanno molto variato il paesaggio politico. Una novità accolta positivamente anche al di là della sua specifica base elettorale era stato l’impegno di Renzi a far assumere all’Italia un ruolo più attivo in sede europea; di porsi insomma come capofila di un’Europa mediterranea non più passiva, non più chiusa in difesa di fronte a un’Unione sempre più ancorata agli interessi, ai giudizi e ai pregiudizi nord-europei.  Adesso Renzi ha più che mai i mezzi per farlo e quindi sta a lui di dimostrare di essere capace in materia di trasformare le promesse in fatti.

Malgrado le…trasfusioni al Pd di Matteo Renzi di sangue di centro-destra, sommati insieme i partiti di questa area hanno raccolto quasi il 30 per cento dei voti. A tale  consistenza aritmetica non corrisponde però un’analoga consistenza politica trattandosi di forze da un lato spesso molto divise tra loro e dall’altro con un leader dell’eventuale coalizione oggi molto più debole di quello di cui dispone invece l’area politica opposta. Nell’area di centro-destra tutti hanno perso voti, Forza Italia in primo luogo, salvo la Lega Nord. Il suo nuovo leader Matteo Salvini, che si ispira esplicitamente al modello francese del Front National di Marine Le Pen,  può vantarsi dei buoni risultati di un partito che — dopo il mesto esodo del suo fondatore Umberto Bossi e dopo l’eclissi di Roberto Maroni – sembrava avviato verso la scomparsa. Invece si è ripreso raggiungendo il 6,2 per cento su base nazionale; e rispettivamente il 14,61 per cento in Lombardia, il 15,20 nel Veneto e il 7.65 per centro in Piemonte. Grazie alla parola d’ordine “no all’euro” si poi dato un’immagine non solo nordista tanto da guadagnare 200 mila voti tra Centro e Sud Italia (giungendo al 2 per cento nientemeno che nel Lazio, ovvero a Roma). Quanto questa ripresa conterà in un orizzonte come quello apertosi adesso resta però ancora da vedere.  

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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