Renzi dopo il voto di ballottaggio, ovvero Giamburrasca alla prova

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano 11 giugno 2014 Le votazioni di ballottaggio di domenica scorsa hanno dato il via in Italia a una ridda di commenti fin troppo ovvi. Si votava nei comuni in cui al primo turno nessuno dei candidati  sindaci aveva già raccolto la maggioranza assoluta dei consensi. Al primo turno, lo scorso 25 maggio, le votazioni comunali avevano coinciso con quelle per il rinnovo della delegazione italiana al Parlamento europeo, quando molti elettori, anche lontani dal PD di Matteo Renzi, avevano deciso tuttavia di votarlo per fermare il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, il cui carattere autoritario è evidente. Era ovviamente impossibile che nelle votazioni di ballottaggio il partito di  Renzi riuscisse a replicare lo straordinario successo registrato in quella circostanza.  Ciononostante quei molti osservatori, che dicendo di fare analisi politica fanno invece soltanto del pettegolezzo,  si sono precitati a dire che l’inizio del tramonto di Renzi è già cominciato. In fin dei conti, a turno elettorale concluso, ci sono 36 sindaci di centro-sinistra in più e 48 sindaci di centro-destra in meno. Resta poi vero che il Pd ha perso sfide in città importanti: a Padova, la maggiore città del Veneto, e soprattutto a Livorno, la città toscana dove il Partito comunista italiano nacque nel 1921 e che, salvo il periodo del fascismo, è sempre stata governata da forze di sinistra.  A Padova il Pd ha ceduto alla Lega Nord e a Livorno al Movimento 5 Stelle. Inoltre a Perugia, capoluogo regionale della “rossa” Umbria, ha ceduto a Forza Italia. Forse  più importante nella sostanza del confronto quasi “calcistico” tra le poltrone di sindaco conquistate e quelle perse è tuttavia un elemento che nessun commentatore schierato ha messo in luce: in un gran numero di casi risulta evidente che gli elettori hanno voluto soprattutto cambiare pagina.   Questo aiuta a capire perché ad esempio a Livorno abbiano bocciato il candidato del Pd, e a Pavia abbiano fatto lo stesso con il candidato di Forza Italia, il sindaco uscente che solo poche settimane prima del voto era, secondo un accreditato sondaggio, “il sindaco italiano più amato” dai suoi concittadini. E si potrebbero fare altri esempi analoghi. In sostanza  in Italia sta crescendo un movimento di rifiuto dell’ordine costituito della politica in quanto tale: un rifiuto che, secondo le circostanze, si esprime in forme diverse: una volta votando Grillo a mani basse ma poi subito dopo lasciandoselo alle spalle, in un posto votando contro il Pd perché è al potere da troppo tempo e in un altro votando per il Pd per liberarsi da un sindaco di Forza Italia meno amato di quanto i sondaggisti (ormai parte integrante del sistema  di potere) avessero fatto credere.  E se si tratta di congedare chi è al potere da troppo tempo ogni candidato va bene, anche quello presentato da una forza politica impresentabile. Siamo di fronte insomma a un movimento profondo, che nessuna forza politica organizzata si è finora dimostrata  capace di intercettare e di rappresentare.  Sembrava esserci riuscito il Renzi Gianburrasca delle prime settimane seguite alla sua nomina a premier; e in particolare il primissimo, quello che è andato in Senato a chiedere ai  senatori la loro fiducia ma dicendo innanzitutto che intendeva abolire la loro Camera; quello che si presentava in Parlamento con a fianco la valigia a mano, pronto per correre in stazione . Se mai riuscirà a fare o a rifare il Gianburrasca, ma con un programma di riforme più incisive e meno improvvisate di quelle che ora si delineano, forse Renzi riuscirà a intercettare in modo stabile il movimento profondo di cui si diceva; e ciò potrebbe dargli una forza politica enorme. Al momento però non è questo che sta accadendo.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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