Renzi e il vecchio complesso d’inferiorità dell’Italia verso “l’Europa”

 Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 27 giugno 2014

Con riguardo alla questione europea al premier italiano Matteo Renzi va innanzitutto riconosciuto il merito di aver finalmente mandato in soffitta il vecchio complesso d’inferiorità dell’Italia verso “l’Europa”. In tal senso Renzi costituisce una novità positiva non solo per il centro-sinistra ma anche per l’intera scena politica italiana.  L’idea di origine neo-illuminista secondo cui l’Italia non riesce a diventare davvero moderna perché ha respinto la Riforma ed è rimasta cattolica era finora un luogo comune condiviso sia a destra che a sinistra. In vario modo Berlusconi era convinto quanto Prodi, e Tremonti quanto Bersani che per uscire dai suoi guai l’Italia deve omologarsi al Nord Europa. Il tasso di cambio sfavorevole della lira rispetto all’euro, la fine troppo affrettata della circolazione della prima accanto al secondo, che in qualche modo avrebbe potuto porvi rimedio, la firma senza alcuna riserva di qualsiasi trattato europeo, il sostegno del progetto di Costituzione europea poi fortunatamente bocciato dalla vittoria del “no” nei due referendum popolari francese e olandese, l’incauta disponibilità a subire una politica dell’austerità senza alcuna attenzione allo sviluppo: tutta questa serie di errori a danno dell’Italia, e dell’Europa mediterranea e danubiana in genere, sono stati commessi a staffetta dai governi rispettivamente di centrodestra e di centrosinistra che si sono alternati a Roma nei vent’anni trascorsi. Renzi ha invece cominciato subito a dire cose diverse: innanzitutto che con il suo governo l’Italia cessa di andare a Bruxelles col cappello in mano, e poi che qualsiasi accordo sui vertici della Commissione deve essere preceduto da un accordo politico sul suo programma. Sin qui invece del programma non si parlava nemmeno, tanto era ovvio che poi a questo avrebbero  pensato la Germania e la Francia. Il semplice fatto di aprire il dibattito sul programma porta al confronto degli interessi mediterranei e danubiani con quell’interesse nordeuropeo si pretendeva fosse l’interesse europeo tout court. Se poi Renzi riuscirà ad ottenere dagli altri Stati membri che l’Unione Europea cambi davvero strada resta ancora da vedere; ci si deve però augurare di tutto cuore che sia così.

Al Consiglio dei capi di stato e di governo riunitosi ieri e l’altro ieri a Ypres — la città fiamminga da cui prese nome un terribile gas (l’iprite), luogo simbolo del gigantesco bagno di sangue della Prima guerra mondiale di cui si commemorava il centenario — il premier italiano si è presentato forte del recente grande successo elettorale del suo partito alle votazioni per il rinnovo del Parlamento europeo. La prima sessione del nuovo Parlamento coincide tra l’altro con l’inizio del semestre in cui l’Italia avrà la presidenza di turno dell’Unione. In sé e per sé la presidenza di turno è poca cosa. Si tratta di un ruolo soprattutto cerimoniale; il  compito più rilevante è quello di convocare e presiedere ad ogni livello le riunioni dei paesi membri, da quella dei capi di governo a quella degli ambasciatori degli Stati membri nelle varie capitali del mondo.  Di solito la presidenza di turno fa notizia solo nel Paese interessato. Al di fuori di esso anche i proverbiali “addetti ai lavori” faticano a ricordarsene. Ad esempio, nel primo semestre 2014 che ora sta concludendosi, la presidenza di turno competeva alla Grecia. Fuori della Grecia chi lo sapeva, chi se ne ricordava? Nessuno o quasi. L’inizio del semestre italiano è però venuto a coincidere con eventi come la prima convocazione del nuovo Parlamento e il rinnovo della Commissione Europea che, insieme al Consiglio dei capi di stato e di governo, costituisce il vertice bicipite dell’Unione. E inoltre con il sorprendente successo elettorale del PD italiano che, nella generale frammentazione delle forze politiche dei vari Stati membri, si è trovato ad essere il singolo partito più votato in Europa. Facendo leve su tutte queste circostanze a lui favorevoli, Renzi ha giocato a Ypres la prima ripresa di una partita che comunque non potrà essere né breve né facile. Sulla questione (cruciale per un Paese molto indebitato come l’Italia) della “flessibilità”, ossia nell’impiego delle risorse disponibili non solo per ridurre il debito pubblico ma anche per finanziare il rilancio dell’economia, in questo primo round il leader italiano ha ottenuto solo vaghe promesse; e qualsiasi tentativo di aumentare l’impegno comune europeo in tema di controllo delle frontiere marittime (che finora per ovvi motivi geografici grava quasi solo sull’Italia) è stato respinto dai Paesi del Nord Europa. Inoltre il vecchio ordine costituito sta già facendo muro per quanto riguarda il rinnovo delle alte cariche: non solo i capi di stato e di governo hanno designato come presidente della Commissione il lussemburghese Jean-Claude Junker, esponente del vecchio establishment, ma per la successione di Herman Van Rumpuy nel ruolo di presidente permanente del Consiglio Europeo i suoi amici nordeuropei stanno proponendo Enrico Letta (che, anche se nato a Pisa, è uno di loro), il cui comprensibile dente avvelenato nei riguardi di Renzi è ben noto.  In tema sia di programma che di nomine molto se non tutto è rinviato al vertice straordinario in programma per il prossimo 17 luglio.  C’è da augurarsi che Renzi non si fidi troppo dei suoi successi personali, come a suo tempo fece a proprio danno Berlusconi.  Se non tesse un’adeguata rete di alleanze con altri Paesi messi in difficoltà dalla politica di Angela Merkel non gli basterà un caffè preso cordialmente  con lei a superare il muro che la Germania oppone a politiche di finanziamento del rilancio della crescita.

Se a Ypres sul piano delle relazioni interne all’Unione si è fatto poco, su quello delle relazioni esterne si registrano tre eventi di grande rilievo: la firma dell’accordo di associazione con l’Ue dell’Ucraina, della Moldavia e della Georgia. Un gesto certamente coraggioso; resta però da vedere se si tratta anche di un gesto saggio tenuto conto di tutti gli elementi in gioco, tanto più se davvero si pensa all’ associazione di questi Paesi come a un primo passo verso il loro ingresso di pieno diritto nell’Ue. E’ dubbio che l’Unione possa sostenere il peso di economie così poco sviluppate e fragili. E con particolare riguardo al caso dell’Ucraina, sarebbe poi il caso di valutare le conseguenze a lungo termine di questa ulteriore umiliazione della Russia. E’ imprudente umiliare i giganti mentre sono deboli e malati senza tener conto che poi presto o tardi torneranno in forze.

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Renzi e il vecchio complesso d’inferiorità dell’Italia verso “l’Europa”

  1. francesco taddei ha detto:

    fatti un giro per le strade (lasciamo stare le università per carità di patria) di Monaco di Baviera. e poi capisci perché comandano loro.

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