Italia: l'”immagine” è cambiata, ma la situazione è ancora quella di prima

 Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 11 luglio 2014

All’ombra solenne del “semestre italiano” di presidenza dell’Unione Europea (in realtà un primato di natura soprattutto cerimoniale che si risolve nel fatto che il Paese presidente di turno non solo presiede ma anche paga le spese di tutti i vari incontri ministeriali che avvengono sul suo territorio), l’Italia è ancora alle prese con i suoi problemi strutturali di sempre, e sin qui non ci sono purtroppo segni concreti che qualcosa cominci davvero a cambiare. Le questioni di fondo sono: una pressione fiscale troppo elevata, una politica del lavoro e delle relazioni industriali che scoraggia gli investimenti e una pubblica amministrazione onerosa, lenta e inefficiente. Negli ultimi dieci anni la pressione fiscale ufficiale, salvo una breve flessione nel 2005 (quando era scesa, si fa per dire, al 40,1 per cento), ha continuato a crescere fino a raggiungere l’anno scorso un peso pari al 43,8 per cento del prodotto interno lordo. Se si poi si va a vedere la pressione sul reddito da lavoro dipendente ossia il cosiddetto “cuneo fiscale”, l’Istituto Centrale di Statistica rileva che, sommando alle imposte prelevate alla fonte le “trattenute” a fini di pensione e di assistenza sanitaria, si arriva attualmente al 49,1 per cento. In altre parole il dipendente riceve la metà di quanto l’impresa spende per lui. L’altra metà viene versata dall’impresa direttamente al fisco o all’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale, Inps, ossia la cassa pensioni statale unica (che vale per tutti salvo alcune poche categorie professionali).

Il debito pubblico italiano, che nel 2013 superava il 133 per cento del prodotto interno lordo, per parte sua continua a crescere, e ammonta oggi  a oltre 2.146 miliardi di euro.Tra aprile 2013 e aprile 2014 il “buco” nelle finanze statali è cresciuto in Italia di 103,5 miliardi di euro, pari a una media di 8,6 miliardi al mese, più alta rispetto a quella registrata nel periodo aprile 2012-aprile 2013. Non sembra dunque che l’attuale governo sappia fare meglio al riguardo di quelli che l’hanno preceduto. Si va avanti solo perché in Italia le famiglie hanno una forte propensione al risparmio e investono molto nei titoli del debito pubblico italiano, che sono tassati meno dei titoli di debito privati.  Tutto questo porta però inevitabilmente a uno strozzamento dell’economia nazionale. Si tratta di problemi enormi che non si possono di certo risolvere in qualche mese. Occorre però mettersi almeno sulla strada giusta per risolverli, e qui la scelta è a grandi linee per due diversi modelli:da un lato quello che punta sulla responsabilità di ognuno e sull’autonomia responsabile di ogni livello di governo, diciamo così il “modello elvetico” e dall’altro quello che punta innanzitutto sul ruolo del governo centrale e sul controllo centralizzato della spesa, diciamo così il “modello francese” (che è peraltro quello su cui lo Stato italiano si formò nel secolo XIX). Negli ultimi anni, su pressione innanzitutto della Lega Nord ma anche di componenti settentrionali dei partiti nazionali sia di centrodestra che di centrosinistra, si era tentato un pur confuso avvicinamento al modello elvetico. Il blocco di interessi a ciò contrari, composto delle burocrazie centrali statali e parastatali, è tuttavia riuscito a resistere con successo a tali innovazioni  un po’ impedendole e un po’ annacquandole fino a snaturarle. Adesso, travolta la Lega Nord e ammansite le componenti federaliste dei grandi partiti nazionali, siamo nella fase della piena restaurazione dello status quo ante, di cui Matteo Renzi è lo scanzonato ma scrupoloso esecutore. Basti dire che la riforma costituzionale che il suo governo ha portato in Parlamento in questi giorni prevede nientemeno che una “clausola di supremazia” in forza della quale lo Stato, se vuole, può sempre richiamare a sé qualsiasi competenza attribuita alle Regioni. Renzi scommette ohimè sul modello che ha portato l’Italia dove è adesso. C’è poco da stare allegri.

Annunci

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in Taccuino Italiano e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Italia: l'”immagine” è cambiata, ma la situazione è ancora quella di prima

  1. Domenico Piacenza ha detto:

    nella pressione fiscale non bisognerebbe conteggiare anche il gettito I.V.A. ? (imposta la cui liceità è data per scontata a priori “perchè c’ è in tutta Europa” , ma fermandosi a riflettere un attimo risulta un evidente sopruso ingiustificabile: perchè mai, dopo aver pagato l’ IRPEF su quanto guadagnato, devo ogni volta pagare allo Stato una quota del 22% per avere il permesso di spendere i soldi che mi sono rimasti?)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...