Questione dell’art. 18: semplicemente il “casus belli” di un progetto politico di ben più ampia portata

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 29 settembre 2014

 La riunione della Direzione del Partito Democratico, Pd, in programma oggi a Roma – che Renzi presiederà nella sua veste di segretario del partito — potrebbe segnare una tappa molto importante sulla via della riassetto del sistema politico italiano. Uno dei principali punti dell’ordine del giorno  è la questione dell’articolo 18 dello “Statuto dei lavoratori”. La Cgil, ossia la centrale sindacale vicina al Pd, si oppone a che venga riformato mentre per Renzi la sua riforma (in pratica la sua abrogazione) è d’importanza cruciale. Non è dall’eventuale voto sulla linea politica del premier, che ha dalla sua il 70 cento dei 200 membri della Direzione, che ci si devono attendere sorprese. La questione è un’altra: dall’esito del dibattito che avrà luogo in tale sede, e poi dai suoi contraccolpi nel Paese, si potrà capire quanto effettivamente pesino nella società e nell’economia italiane gli iceberg dei quali le due minoranze interne al partito, che fanno capo a Pierluigi Bersani e a Massimo D’Alema, sono le punte emerse.

Il dibattito pro e contro l’ormai mitico articolo 18 vede schierate l’una a favore e l’altra contro due aree della società italiana che sono in larga misura “trasversali” rispetto le forze politiche oggi costituite. Da un lato l’area che difende un mercato del lavoro caratterizzato da norme che rendono chi sia assunto con un contratto di lavoro a tempo indeterminato in pratica non licenziabile, e quindi ultra garantito. Dall’altro l’area, ormai di fatto maggioritaria, che perciò non riesce più a trovare un lavoro stabile e deve accontentarsi dei cosiddetti “contratti di lavoro atipici” con poche se non nessuna garanzia. La situazione è complicata dal fatto che segmenti di ciascuna di queste due aree si ritrovano, ovviamente in diversa proporzione, sia nel centrodestra che nel centrosinistra. Dal momento che anche Berlusconi si è espresso a favore dell’abrogazione dell’art. 18 da ciò deriva l’eventualità che attorno a questo caso si formi un’alleanza politica di certo sui generis, ma non necessariamente temporanea. Un’alleanza in ogni caso fluida e indiretta, ma stabile quanto basta per fare da alveo a una complessiva riorganizzazione del sistema politico italiano lungo linee del tutto nuove rispetto a quelle attuali.

Prima di concludere occorre però spendere qualche parola per spiegare che cosa siano lo “Statuto dei lavoratori” e il suo articolo 18. Lo Statuto dei lavoratori è una legge ordinaria in vigore dal 1970 che venne però da subito proposta e poi subito vissuta come una specie di legge costituzionale. Voluta con buone intenzioni che non vogliamo qui contestare, fu però l’inizio di una deriva che ha da allora provocato sempre maggiori danni non solo al mercato del lavoro ma anche all’intero ordinamento giuridico italiano. Tutto quanto vi si stabilisce con riguardo al contratto di lavoro era già garantito dalle norme generali dei codici civile, penale e così via. Si volle però ribadirlo creando per questo contratto una specie di canale specifico. Da allora leggi del genere non hanno mai smesso di moltiplicarsi con inevitabili esiti distorsivi. L’oggi famoso art. 18 — che obbliga il datore di lavoro a riassumere il lavoratore illegittimamente licenziato — rientra in questa categoria. Si tratta peraltro di una norma che è in effetti di scarsa importanza pratica. I lavoratori dipendenti in Italia sono oggi circa 22 milioni e mezzo. Secondo fonti governative le cause in cui viene invocato l’art. 18 sono circa 40 mila all’anno, che nell’80 per cento dei casi finiscono con un accordo extra-giudiziale fra le parti (in pratica ciò significa che il lavoratore licenziato rinuncia a proseguire la causa in cambio di un super-indennizzo offertogli dalla controparte). Restano circa 8 mila cause all’anno delle quali 5 mila si concludono la vittoria del lavoratore e 3 mila con quella del datore di lavoro. E’ chiaro quindi che la questione dell’art. 18 è il casus belli di uno scontro che lo eccede largamente.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Questione dell’art. 18: semplicemente il “casus belli” di un progetto politico di ben più ampia portata

  1. Roberto ha detto:

    Purtroppo non ho trovato la sua e-mail.
    Ho letto un articolo (recensione di un libro) che mi ha fatto pensare a lei e ci tenevo farglielo conoscere
    http://www.ribbonfarm.com/2010/07/26/a-big-little-idea-called-legibility/
    Cordiali saluti

  2. francesco taddei ha detto:

    penso che la determinazione nell’abrogazione dell’art.18 derivi dalla necessità/prepotenza dell’impresa di farla finita con i ricorsi per i licenziamenti. avendo libertà di licenziare non dovranno più spendere per le cause civili e di conseguenza sarà ridimensionato il ruolo dei sindacati. tutto questo è la conseguenza di una visione della società che fa dello scontro un valore, invece della ricerca della collaborazione. che si riflette anche sulla richiesta di una legge sulla rappresentatività, che porterà lo scontro anche in quelle piccole realtà dove la collaborazione esiste.

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