Polizie da cinque a due? Ottima idea, ma per riuscirci bisogna fare loro stesso con i ministeri di cui sono il braccio armato

Renzi vuole ridurre le polizie. Due è meglio di cinque, La Nuova Bussola Quotidiana, 5 ottobre 2014

Anche se finora non se ne è concretizzata nemmeno una, non c’è dubbio che a Matteo Renzi si devono riconoscere molte buone intenzioni. Una di queste, annunciata di recente, è un progetto di riforma dei corpi di polizia statali che dovrebbe concludersi con la loro riduzione da cinque a due. In realtà nel nostro Paese, tra quelle che già esistono a quelle che cercano di divenire tali, le polizie dello Stato sono anche più di cinque. Basta considerare quando si sta dando da fare la Guardia Costiera per staccarsi dalla Marina Militare e  trasformarsi in una vera e propria polizia marittima (in rischiosa concorrenza con le piccole ma agguerrite flotte di motovedette, pilotine e gommoni dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato) . E che dire poi della Polizia Postale, al momento specialità della Polizia di Stato ( con le polizie Stradale e Ferroviaria), ma in cammino verso più vasti e più liberi orizzonti.

Pur tenendo conto solo delle cinque polizie ufficiali (forti nel 2012 di oltre 320 mila uomini e donne in armi), tra i Paesi democratici in quanto a numero di polizie l’Italia ha  il primato mondiale assoluto. Se invece si vanno a guardare le statistiche relative al numero dei colpevoli scoperti rispetto ai reati denunciati l’Italia precipita all’estremo opposto della graduatoria. Da noi fare il ladro di appartamenti non è poi un’attività particolarmente rischiosa. E a giudicare dal numero degli omicidi di cui non viene scoperto il colpevole si può concludere che,  diversamente che nei gialli televisivi, nella realtà italiana il delitto perfetto è raro ma non impossibile.

Nel campo dell’attività di polizia insomma  il caso italiano dimostra che il principio di concorrenza non funziona. O meglio funziona, ma solo a vantaggio dei malviventi. Dunque ci si deve augurare che il premier metta a segno questa riforma, che ovviamente non può consistere nella semplice riduzione del numero delle polizie, ma dovrebbe essere spunto per un radicale miglioramento della loro efficienza nonché per la modifica di norme inquietanti come in particolare il fatto che i capi delle polizie vengono nominati a tempo indeterminato, e quindi di regola scadono solo per raggiunti limiti di età. Le riforme autentiche sono sempre difficili, ma questa lo è più che mai poiché va a colpire un pilastro dello Stato italiano che, come molti dei suoi aspetti peggiori, deriva da quella copia maldestra dello Stato francese che era lo Stato sabaudo. Lo svariato numero delle nostre polizie, a prima vista poco comprensibile, si spiega invece subito quando si capisce che in effetti si tratta di polizie non statali bensì ministeriali. Ogni storico ministero ne ha una: gli Interni la Polizia di Stato; la Difesa i Carabinieri; le Finanze la Guardia di Finanza; la Giustizia la Polizia Penitenziaria; l’Agricoltura la Guardia Forestale. Tutti i grandi ministeri storici hanno la loro polizia che fra le altre cose – fatto di grande valore simbolico —  fornisce la guardia d’onore e la scorta al rispettivo ministro. I ministeri insomma sono classificabili in due classi: quelli di serie A, che hanno una loro polizia, e quelli di serie B che non ce l’hanno (e quindi vorrebbero tanto averla). E’, dicevamo, il modello francese, voluto da un potere centrale che da un lato temeva la concentrazione nelle mani di un solo ministro del potere di polizia, ma dall’altro voleva che tutte le redini di tale potere restassero al centro. E’ un sistema  che risale a prima della Rivoluzione, al tempo del Regno di Francia. Se ne vede ad esempio l’eco nel celebre I tre moschettieri di Alexandre Dumas, il romanzo la cui vicenda ruota attorno alla rivalità e agli scontri tra due polizie centrali, quella del re Luigi XIII, appunto i moschettieri, e quella del primo ministro cardinale Richelieu. Nei sistemi federali il bilanciamento del potere di polizia si fa in ben altro modo, ossia distribuendolo tra la polizia federale e quelle degli stati membri e dei governi locali. Significativamente nel nostro Paese ciò non è minimamente avvenuto. Lo Stato non ha più la competenza delle foreste, oggi è in capo alle Regioni, ma ciononostante il relativo ministero si è tenuto stretto la Guardia forestale.

Adesso Renzi progetta di far confluire nei Carabinieri la Guardia di Finanza; e nella Polizia di Stato la Guardia Forestale e la Polizia Penitenziaria. In bocca al lupo. Speriamo però si renda conto che non potrà riuscirvi se non mettendo mano a quella grande e cruciale riforma cui finora non ha mai nemmeno fatto cenno: la riforma generale dell’amministrazione centrale dello Stato. Se non rimescola i grandi ministeri storici non può sperare di rimescolare le loro polizie.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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