Genova: una catastrofe frutto del centralismo e del disordine istituzionale, non della natura

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 15 ottobre 2014

Sceso ieri in scooter dalla sua villa sulle colline giù  nei quartieri  bassi di Genova devastati dalla recente esondazione del fiume Bisagno, anche Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, è stato contestato. Nel quartiere di Sant’Ilario una persona all’ opera per sgomberare il fango dalle strade e dai negozi e seminterrati raggiunti dall’acqua in piena gli ha detto: “Vuoi una pala? Vieni a spalare!”. E Grillo non ha saputo far di meglio se non replicare che “ci sono già i nostri parlamentari”. Poi di male in peggio ha continuato dicendo: “Se vi fa piacere prendetevela con me, se vi fa piacere sfogarvi”. Al che qualcuno gli ha risposto: “Noi abbiamo bisogno che il Comune faccia il Comune, la Regione la Regione, lo Stato lo Stato”. Un bello smacco per il fondatore di una forza politica che pretendeva di essere l’unico titolare legittimo di qualsiasi forma di protesta. L’episodio è molto significativo poiché dà la misura di quanto da un lato in Italia la demagogia non funzioni più, e di quanto dall’altro la gente comune abbia spesso più comprensione dei problemi del Paese di quella che hanno i politici.

Il ripetersi sempre più disastroso delle alluvioni autunnali in Liguria è frutto assai più del centralismo e del disordine istituzionale che delle forze della natura. Il  caso dei corsi d’acqua liguri è molto particolare. Non sono il Danubio o il Reno, e nemmeno il Ticino. Si tratta di fiumi torrentizi molto brevi ciascuno dei quali costituisce un bacino a sé. Il Bisagno, che adesso ha allagato di nuovo i quartieri bassi di Genova a soli tre anni di un’analoga precedente alluvione, è lungo non più di 30 chilometri dalla sua sorgente sotto il passo della Scoffera al suo sbocco in mare nel quartiere genovese perciò chiamato Foce. Il suo intero corso si dipana nel territorio del comune di Genova e di alcuni piccoli comuni montani del retroterra. Buon senso vorrebbe che della gestione del suo bacino si occupassero i comuni interessati. Non è così in Italia dove l’impronta del centralismo di matrice francese caro alla Casa di Savoia continua ad essere alla base dello Stato. In tale prospettiva la regola tra l’altro è che per ogni questione vale un solo modello da applicare in ogni caso concreto al di là della sua specificità. Se, sulla scorta delle caratteristiche dei bacini del Po o del Tevere, si è stabilito che la gestione dei fiumi è una competenza dello Stato, poi diventa inimmaginabile che si possano applicare altri modelli a casi del tutto diversi. Non importa che in Liguria (e in certa misura anche altrove, come nella Toscana settentrionale o nelle Marche) sia poco ragionevole riservare allo Stato la gestione di fiumi di portata comunale o intercomunale. La pretesa napoleonica della simmetria, dell’uniformità, conta più del buon senso. I casi del genere sono molti, ma il  più clamoroso è appunto quello di Genova. Qui le competenze urbanistiche di un grande  comune s’intrecciano confusamente con quelle dello Stato su corsi d’acqua che, dicevamo, sono appunto di dimensioni comunali. La conseguenza è un groviglio di poteri di interdizione senza responsabilità che producono un’inefficienza generale.  Replicando a Grillo, “Noi abbiamo bisogno che il Comune faccia il Comune, la Regione la Regione, lo Stato lo Stato” il volontario citato più sopra ha messo esattamente il coltello nella piaga del disordine istituzionale della vicina Repubblica. Un disordine che, diversamente da quanto il premier Renzi sta ripetendo in questi giorni, non si risolve rimettendo tutto nelle mani della Protezione Civile statale, ossia riaccentrando. Come di certo appare ovvio a queste latitudini, ma purtroppo non a Roma, la via maestra è sempre quella dell’autonomia responsabile. Era la via che a suo tempo in Italia la Lega Nord aveva seppur rozzamente indicato, ma che poi non è riuscita a percorrere e a far percorrere, travolta non solo dalla forza della reazione del potere centrale ma innanzitutto dalle sue fragilità interne.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Genova: una catastrofe frutto del centralismo e del disordine istituzionale, non della natura

  1. p@t ha detto:

    proprio così… condivido sulla mia pagina (y)

  2. francesco taddei ha detto:

    la catastrofe è figlia del distacco della coscienza dalla responsabilità, che deve essere regolata nell’esercizio delle funzioni, sia pubbliche che private, non lasciata all’intimo giudizio. se non c’è una legge che punisce, si esatto…punisce, allora ci saranno sempre cose del genere. una legge deriva dalla visione della società. e in italia le “filosofie” che hanno ispirato le leggi sono quella comunista e quella cattolica. ed entrambe trattano la responsabilità e la repressione delle colpe come qualcosa di negativo. unite all’indole italiana “semo tutti amici”..ecco i disastri. la soluzione? che i tedeschi ci governino con il mitra puntato.

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