Rottura PD/CGIL: l’inizio della fine di un quadro politico che durava da oltre cinquant’anni

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 28 ottobre 2014

Con la clamorosa rottura tra il Partito Democratico di Matteo Renzi  e la Confederazione Generale Italiana del Lavoro, Cgil,  di Susanna Camusso,  avvenuta alla fine della scorsa settimana, il rimescolamento del sistema politico italiano è ormai divenuto irreversibile. Sotto i colpi di Renzi sta crollando un assetto che durava da oltre cinquant’anni: quello che si era definito nel 1948, agli albori della Repubblica nata dopo la caduta del fascismo e all’inizio della guerra fredda; e che, pur con nomi e con volti nuovi, era sopravvissuto anche alla crisi innescata nel 1922-93 da “Tangentopoli”.

Negli ultimi giorni della scorsa settimana, la rottura tra PD e Cgil ha rubato in Italia la scena a qualsiasi altro avvenimento, compresi i tre importanti appuntamenti elettorali in Brasile, Ucraina e Tunisia. A Firenze, nella Leopolda, antica stazione ferroviaria ora trasformata in centro congressi, da venerdì sera a domenica mattina ha avuto luogo la quinta grande assemblea degli amici e seguaci del premier Renzi. Nel frattempo a Roma, nella “sua” piazza San Giovanni, la Cgil ha convocato una grande manifestazione di protesta contro la politica economica del governo. Le varie reti televisive a diffusione nazionale hanno fatto di questa concomitanza l’occasione di un grande spettacolo mediatico, di una specie di spettacolo dei pupi. Al di là di tutto questo resta tuttavia il significato obiettivo della questione. Da sempre tra il Pci infine divenuto Pd e la Cgil c’era un legame strettissimo e sin qui mai revocato. Erano come le due braccia della medesima persona. Negli ultimi anni tale legame si era allentato, ma più nella forma che nella sostanza. Dopo gli scontri, anche a mezzo tv, avvenuti alla fine della scorsa settimana è chiaro a chiunque che con Matteo Renzi il Pd ha voltato definitivamente le spalle alla Cgil. Il nuovo PD di Renzi corre ormai verso il centro togliendo sempre più spazio a Berlusconi e ai suoi, ma nello stesso tempo puntando ad allearsi indirettamente con quanto comunque ne resterà. L’obiettivo dell’attuale premier è evidentemente quello di arrivare a un partito di larga maggioranza al di fuori del quale rimangano sia a destra che a sinistra solo “frange” marginali. Perciò da un lato non esita nemmeno a ricuperare la parola e l’idea di “Nazione”, che dal 1945 erano scomparsi dalla scena politica italiana  dopo l’uso catastrofico che ne aveva fatto Mussolini. Il premier ha infatti annunciato l’alba nientemeno che di un “partito della Nazione”. E dall’altra parte  non esita a  indicare la porta alla vecchia guardia del PD e alla Cgil.

Come un tale rimescolamento, fino a poco tempo fa impensabile, è divenuto infine possibile? Perché Matteo Renzi è riuscito a raccogliere e a mantenere attorno al suo progetto un ampio consenso popolare, non inferiore a quello che Berlusconi a suo tempo raccolse (e sprecò). Se Renzi non lo sprecherà potrà riuscire nella sua impresa che a questo punto vale perciò la pena, anche a queste latitudini, di conoscere più da vicino. L’uomo ha in testa un progetto di riforma e di ammodernamento generale del sistema politico italiano di cui denuncia le carenze in modo molto simpatico ed efficace. Denuncia sprechi e disservizi sull’urgenza di rimediare ai quali tutti sono d’accordo. Sin qui ha fatto poi seguire alle parole ben pochi fatti, ma quella maggioranza dei cittadini che continua a sperare in lui è per adesso disposta a continuare a fargli credito. Viene poi molto apprezzato il suo atteggiamento nient’affatto remissivo verso un’Unione Europea che fino ad oggi ha sempre e solo difeso gli interessi del Nord Europa ignorando quelli dell’Europa mediterranea e di quella danubiana. Fin qui il consenso non può che essere generale. La questione però cambia quando dalla pars destruens si passa alla pars construens. Quella di Renzi è una cultura politica sostanzialmente laburista: quindi centralista. Tutte le iniziative politiche sono nel senso della centralizzazione. Per lui il bene comune non lo fanno le persone, le comunità, i territori; il bene comune lo fa lo Stato quando funziona bene.  Le intenzioni insomma sono ottime, ma in fondo alla strada c’è lo statalismo, malattia senile dello Stato così come venne pensato da Hegel, il “nonno culturale” di Marx. Incontrerà Renzi sulla sua via presenze convincenti, forti e motivate quanto basta per fargli vedere che per andare dove vuole andare lui occorre una cultura politica del tutto diversa da quella in cui  si è formato? Questo è il problema.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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