Presenza cristiana nella vita pubblica in Italia: quel che resta da fare

 Vecchia DC, nessuno ti rimpiange, La Nuova Bussola Quotidiana, editoriale, 4 novembre 2014

Quella per la riforma del lavoro (jobs act) è una battaglia politica decisiva non solo per l’attuale governo ma innanzitutto per tutto il nostro Paese. La posta in palio è il superamento o meno del sistema di relazioni industriali sostanzialmente neo-corporative che, complici le rigidità della guerra fredda, la Repubblica italiana aveva ereditato dal fascismo. Renzi ha chiuso con la “concertazione”, ovvero con le intese in tema di diritto del lavoro concordate fra governo e sindacati storici sulla testa del Parlamento. E la Cgil, il “grande fratello” di questi sindacati, maestra nell’uso sapiente di questo tipo di azione politica, risponde orientando le manifestazioni che promuove verso lo scontro con le forze di polizia. Il rischio che, come si usa dire, “ci scappi il morto” è purtroppo notevole. C’è da attendersi che ogni prossimo incontro pubblico del premier veda l’assedio di manifestanti mobilitati in vista dello scontro. Gli incidenti di ieri a Brescia lo hanno confermato aprendo una settimana che potrebbe essere l’inizio di un periodo difficile; tanto più che la situazione economica del Paese non cessa di peggiorare. Con il suo grande carisma comunicativo Renzi sta facendo tutto il possibile per tenerci allegri, ma le docce gelate si susseguono.

In questa situazione che cosa di specifico possono positivamente fare i cristiani? Un mio recente intervento in materia su queste pagine ( >> Matteo Renzi: svolta salutare ma anche culmine di un’eclissi nefasta,  29-10-2014) ha suscitato dibattiti e richieste di chiarimento cui volentieri do qui seguito. Dopo aver osservato che “allo stato attuale delle cose sulla scena politica italiana non c’è più spazio per una presenza cristiana di qualche rilievo” aggiungevo che si pone per la gente di fede in Italia il problema di come ricostituirla. E nel frattempo di “come costruire nella società civile punti di forte interlocuzione nei confronti di chi è al potere”.  Alcuni lettori hanno interpretato queste parole come un appello alla rinascita della Democrazia Cristiana o di qualcosa di simile. In realtà niente di più lontano da uno come me che democristiano non è stato mai, pur se ha sempre votato Dc per obbedienza all’invito della Chiesa in Italia finché tale invito venne ripetuto. La Democrazia Cristiana,  erede ahimè poco fedele del Partito Popolare di Luigi Sturzo, fu una delle tante conseguenze inevitabili della “guerra fredda” e della delicatissima situazione nella quale il nostro Paese si trovò nella circostanza, ossia con il confine tra le aree d’influenza fra le due super-potenze che correva al suo interno. E quello del voto obbligato a questo partito fu un sacrificio che la Chiesa chiese con buoni motivi ai cattolici italiani a causa delle gravi conseguenze che ogni spostamento di tale linea di confine avrebbe avuto per la Santa Sede. Tanto fu allora opportuno fare così, quando non avrebbe senso adesso ricostruire in Italia un partito cattolico, che sarebbe poi inevitabilmente lo “zombie” della Dc dei tempi della guerra fredda.

Ciò chiarito, resta il fatto che, nel concreto dell’attuale situazione, i politici di forte e chiara cultura cristiana sono dei “rari nantes in gurgite vasto” per dirla con le parole del poeta. E tutto ci fa temere che lo resteranno ancora a lungo. La loro forza non è e non sarà nel loro numero o nella quantità dei consensi elettorali  che potranno raccogliere. E’ e starà piuttosto nella qualità delle proposte che faranno nonché nella capacità di farle procedere convincendo le maggioranze parlamentari. A mio avviso insomma si deve oggi piuttosto puntare sul metodo che il Partito radicale di Marco Pannella e di Emma Bonino purtroppo con grande efficacia fece suo. Con tutto il rispetto per chi riesce a stare a galla in quel “gurgite vasto” di cui si diceva, e con tutta l’ammirazione per chi addirittura in questo momento decide di tuffarvisi dentro, a mio avviso è comunque importante che alle spalle di tutti costoro si sviluppi nella società civile una solida rete di quei punti di forte interlocuzione dei quali parlavo. Una rete insomma di luoghi di elaborazione e di ricerca, prossimi a solide e positive esperienze sociali, in cui produrre le “munizioni” mancando le quali quei determinati ma sparuti nuotatori finiranno inevitabilmente per venire risucchiati dal gorgo. E’ questo che volevo dire. Tutto qui.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Presenza cristiana nella vita pubblica in Italia: quel che resta da fare

  1. giulio boscagli ha detto:

    Caro Ronza, io considero che gli anni in cui Regione Lombardia è stata guidata da Roberto Formigoni abbiano documentato un ruolo di cattolici al governo non ideologico ma teso al bene comune secondo i valori imparati dalla Dottrina Sociale della Chiesa sapientemente mediati in un contesto laico. Su questa esperienza è caduta una “damnatio memoriae” anche da parte di tanto mondo cattolico, che ha preso spunto da errori e deviazioni che pure ci sono stati ma che non mettono in discussione il chiaro disegno che ha guidato quei governi regionali. Da una serena valutazione di quell’esperienza sarebbe bello partire per comprendere un nuovo ruolo di cattolici nell’attuale tempo politico. Non credo che si possa resuscitare qualcosa che assomigli alla DC tanto meno partendo da aggregazioni dall’alto, ma piuttosto serve raccordare esperienze che sappiano reinventare i valori fondanti del cattolicesimo politico popolare: la sussidiarietà, le autonomie comunali e il federalismo/regionalismo, la centralità della famiglia, la libertà di educazione, la valorizzazione dei corpi intermedi, la rappresentanza nel parlamento eletta dal popolo e non dai capipartito, una riforma dello stato che lo alleggerisca drasticamente contro l’attuale tendenza centralizzatrice e così via.
    Giulio Boscagli

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