Legge elettorale: perché in Italia è così importante

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 13 novembre 2014

Come dicevamo in una scorsa puntata di questa rubrica è in corso in Italia un convulso ma non irragionevole tentativo di trasformazione del quadro politico complessivo: un processo guidato, per sorprendente che ciò possa sembrare, dalla…strana coppia costituita dal premier Matteo Renzi, leader del Partito democratico o Pd, e da Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia e quindi capo della principale forza di opposizione. Al di là di ogni altro  contrasto, i due hanno in comune un progetto: quello di lasciarsi definitivamente alle spalle l’eredità dell’Italia dell’epoca della Guerra fredda. Di liberarsi quindi sia degli uomini che dei vincoli e dei metodi rispettivamente dell’antico Partito comunista italiano, o Pci, e dell’antica Democrazia cristiana, o Dc. Se si ha tutto ciò ben presente  la cronaca politica di questi tempi in Italia non cessa di apparire convulsa, ma diventa molto più comprensibile.  E diventa anche chiara l’urgenza delle due principali questioni oggi sul tappeto: la riforma del lavoro (più nota come “jobs act”  in grazia dell’anglomania del momento), e la legge elettorale. Alla prima già avevamo dedicato ampio spazio sottolineando come sia innanzitutto lo strumento con cui il premier Renzi mira a liberarsi dal ruolo para-legislativo dei sindacati storici, appunto una delle più ingombranti eredità dell’Italia della Guerra fredda. Sulla seconda ci soffermiamo qui. Per capire bene la questione occorre considerare che in Italia il governo viene eletto non dal popolo ma dalle Camere, le quali in qualsiasi momento, se ne hanno la forza, possono farlo cadere. Stando così le cose, soltanto maggioranze forti e stabili assicurano la stabilità dei governi.

Negli ultimi decenni  la distanza tra il numero  degli elettori votanti  per partiti di centro-destra e quello degli elettori votanti per partiti di centro-sinistra è divenuta invece strutturalmente minima. Stando così le cose, la funzione originaria del Parlamento, che è quella di rappresentare proporzionalmente il popolo, entra in conflitto  con l’altra funzione che gli è stata attribuita nelle  repubbliche parlamentari, che è quella di nominare e revocare il governo.  Per  garantire la stabilità di governo in questa situazione le vie d’uscita  possibili sono due: la prima consiste nell’elezione popolare diretta dei governi, e la seconda nell’introduzione  nelle votazioni per il rinnovo del Parlamento di “premi di maggioranza” volti a trasformare meccanicamente le maggioranze relative in maggioranze assolute. Delle due la prima è migliore, sia perché è più democratica e sia perché non nuoce alla funzione originaria e fondamentale del Parlamento che è quella appunto di essere uno specchio non deformato del popolo; e in forza di ciò di essere un controllore autorevole ed efficace della spesa del governo. In Italia purtroppo è stata preferita la seconda, che è la peggiore. La legge elettorale è così divenuta il frutto di complicate alchimie e di scontri feroci dal momento che la deformazione prestabilita dell’esito delle votazioni innesca una spirale senza fine.  Secondo dove ci si ferma lungo questa spirale si favorisce questa o quella coalizione, e si lascia fuori delle Camere questo o quel partito.  Nel 1993, agli albori della cosiddetta Prima Repubblica, si cominciò con una legge nota come “legge Mattarella” dal nome dell’on. Sergio Mattarella suo primo firmatario.  Richiamandosi ironicamente all’uso forense di termini latini la legge venne ribattezzata “Mattarellum”, giocando così sul significato che la parola assumeva in latino maccheronico.  Al Mattarellum  fece seguito nel 2005 il Porcellum, una legge subito così definita perché lo stesso suo primo firmatario, il leghista Roberto Calderoli, l’aveva cinicamente definita una porcata.  Scegliendo di nobilitare questo vezzo senza metterlo in discussione il premier  Renzi  ha chiamato allora Italicum il progetto di una nuova legge elettorale, da lui  concordata  con Berlusconi, che il suo governo si appresta a presentare puntando a che il Senato l’approvi entro Natale. Sin qui Berlusconi aveva nicchiato temendo che all’approvazione della nuova legge Renzi  facesse seguire delle votazioni anticipate da cui sarebbe uscito molto probabilmente più che vincitore. L’annuncio delle imminenti dimissioni del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha però fatto svanire tale prospettiva. Quindi il cammino dell’Italicum dovrebbe riprendere sulla base di un compromesso i cui punti salienti sono: Premio di maggioranza al partito che raccolga almeno il 40% dei voti ( in forza del premio tale partito avrebbe comunque 340 deputati ); soglia di sbarramento al 3%, molto meno dell’8% previsto originalmente; possibilità per gli elettori di scegliere con il voto di preferenza chi mandare in Parlamento, salvo il primo candidato in lista la cui elezione sarebbe garantita.  E’ prevista infine una nuova geografia elettorale: non più 100 ma 75 circoscrizioni, con i capilista che non saranno candidabili in più di dieci. Almeno il 40% di questi dovranno poi essere donne, e chi voterà due preferenze dovrà votare due candidati di sesso diverso.

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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