La lunga marcia di Renzi, e quella del petrolio

Renzi mira la partito unico. Intanto il mondo cambia, “La Settimana”, La Nuova Bussola Quotidiana, 2 dicembre 2014

Mentre la riforma costituzionale resta ferma nell’ombra, e mentre i titoli sulle prime pagine dei giornali ruotano attorno alle attuali fasi del braccio di ferro tra Berlusconi e Renzi, quella che in effetti il presidente del Consiglio sta soprattutto cercando di percorrere è un’altra tappa della sua marcia verso la formazione di una nuova forza politica a vocazione maggioritaria. Forza Italia e gli altri partiti analoghi sono già stati abbastanza spolpati. Da quella parte non c’è più molto da rosicchiare, e anzi sarebbe controproducente. A Renzi va bene infatti che l’area di Forza Italia e simili venga ridimensionata, ma non che scompaia. Si sta perciò volgendo da un’altra parte, verso il Movimento Cinque Stelle uscito a pezzi da tutte le ultime tornate elettorali. E’ lì che in questo momento c’è molto da spolpare.  “Le europee hanno segnato la fine del grillismo”, ha detto tra l’altro il presidente del Consiglio nell’intervista pubblicata ieri da la Repubblica, “(…) ora si tratta di capire come si muoverà la diaspora Cinque Stelle. Alcuni di loro sono molto seri, hanno voglia di fare (…) Non sono per fare campagna acquisti, ma sulla lotta alla burocrazia, la semplificazione fiscale, la scuola, secondo me ci sono i margini per fare qualcosa con una parte di loro”. Il proposito ci sembra chiarissimo.  Nelle prime righe della medesima intervista Renzi aveva spiegato che “le questioni vere sono queste: avere la possibilità di fare impresa e creare posti di lavoro. Questa è la sinistra moderna. Il resto è polemica inesistente”.  Se tale è la sinistra moderna allora, salvo la Cgil, ci possono stare dentro un po’ tutti. La via maestra di tale processo di riaggregazione politica passa però attraverso una grande concentrazione del potere, di cui la  riforma costituzionale sul tappeto è il principale strumento. L’idea  di ridisegnare la geografia del sistema politico italiano ben al di là di un assetto che in sostanza risale agli anni ’50 del secolo scorso è lodevole. E’ invece pessima la strada scelta per arrivarci, quella cioè di una sostanziale arrendevolezza al nichilismo gaio e di un centralismo negatore anche di quel poco di sussidiarietà che si stava timidamente affacciando sulla ribalta della vita pubblica del nostro Paese: una deriva che merita di venire contrastata con ogni legittima forza (sperando che ce ne sia quanta ne basta).

Domenica in Svizzera, dove i referendum popolari sono uno strumento democratico ben consolidato, il popolo era stato chiamato a votare su tre proposte: blocco della crescita demografica (da attuarsi mediante il blocco dell’immigrazione), aumento delle riserve auree della banca nazionale, fine delle agevolazioni fiscali a favore dei ricchi stranieri immigrati in Svizzera per vivervi di rendita. Le tre proposte sono state respinte ad ampia maggioranza. In Italia si è parlato soprattutto del “no” alla prima delle tre, ma si deve tener conto anche delle altre due. Nell’insieme infatti hanno ribadito il consenso popolare a un modello socio-economico completamente diverso dal nostro che sarebbe comunque interessante conoscere meglio andando oltre gli stereotipi.

Sin qui le vicende del nostro orto di casa, e di quello dei nostri vicini. Se però  allunghiamo lo sguardo verso il resto del mondo, che va anche molto più in là di Bruxelles, dovremmo cogliere un fenomeno davvero storico dal quale con ogni probabilità deriverà un vero mutamento di scenario nelle relazioni internazionali. Lo sviluppo della tecnica di estrazione degli idrocarburi dalle rocce di scisto (shale gas), di cui gli Stati Uniti hanno ampie riserve, sta cambiando il mercato mondiale dell’energia. Washington non ha più bisogno di importare gas e petrolio. Perciò il prezzo del greggio, che fino allo scorso agosto era attorno ai cento dollari al barile, è sceso a 70 dollari. Adesso non interessa a nessuno che scenda ancora perché altrimenti paradossalmente metterebbe fuori mercato lo shale gas americano. In realtà anche l’Unione Europea avrebbe grandi riserve di shale gas, situate soprattutto in Polonia e in Germania, ma da noi i “verdi” hanno ottenuto da Bruxelles il divieto di estrazione per pretesi motivi di tutela ambientale (che speriamo cedano il passo al buon senso in un tempo non lontano). Comunque  già adesso tutti i grandi paesi esportatori con grande popolazione e grandi debiti, dalla Russia alla Nigeria, sono in seria difficoltà. Sulla base di questa epocale svolta tutta la politica estera andrebbe ripensata. Purtroppo però ben difficilmente da noi se ne sentirà parlare. Tanto è lo spazio che in materia viene occupato da questioni inutili e secondarie che non ne resta abbastanza per le cose serie.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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