L’Italia (e la Svizzera) secondo “Limes”

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 4 dicembre 2014

Sul tema “Noi nel mondo senza ormeggi: i rapporti Italia-Svizzera alla prova della crisi” un’interessante tavola rotonda ha avuto luogo a Milano venerdì scorso, 28 novembre, presso l’ISPI, Istituto di Studi di Politica Internazionale. L’ISPI, uno dei maggiori think tank italiani nel settore e tra questi l’unico con sede a nord del Po, aveva preso l’iniziativa in occasione dell’uscita  del numero di novembre di Limes, la rivista di geopolitica del Gruppo editoriale L’Espresso. L’ultima sezione del numero, dallo sconsolante titolo “Quel che resta dell’Italia”, è dedicata infatti a un rapido schizzo dell’attuale stato dei rapporti italo-svizzeri.

Limes — vale la pena di precisare prima di procedere –  è una rivista che, peraltro in modo raffinato e colto, dà voce a quella parte dell’élite italiana cui piacerebbe che l’Italia fosse al posto della Danimarca. Fosse cioè una penisola protesa verso il circolo polare artico, bagnata dal Mare del Nord e ordinatamente abitata da gente di monocromatica tradizione protestante. Il fatto invece che sia una penisola protesa verso il Levante, bagnata dal Mediterraneo e disordinatamente abitata da gente di policroma tradizione cattolica, ispira a questo ambiente un pessimismo e una tristezza irrimediabili. Un pessimismo e una tristezza non consolati nemmeno dalla speranza mai sopita che un giorno  l’Italia diventi finalmente, come la Danimarca, un “paese normale”.

Sulla copertina di Limes di novembre, al lugubre titolo di cui si diceva si aggiungono poi degli «strilli»  che sono più che altro dei rantoli: “La cultura mafiosa ci ha avvelenato”, “Siamo terra di nessuno a disposizione di tutti”, “Come rientrare nel mondo che conta”. Vista la situazione, le parole con cui si apre la parte dedicata ai rapporti italo-elvetici, “Italia e Svizzera: una barriera alpina?”, sono già di ristoro. Sovvengono poi gli interventi di Remigio Ratti e di Mauro Guerra che, ciascuno dal proprio punto di vista, spiegano in modo convincente che i problemi ci sono, ma ci sono anche le soluzioni. Più vicino alla linea della committenza è invece quanto Orazio Martinetti scrive nel suo “Fortezza Ticino”.

Oltre a riprendere i temi già trattati sulla rivista, la tavola rotonda all’ISPI è stata pure l’occasione per misurare quanto degli stereotipi ormai più che superati pesino ancora sulla percezione che in Italia si ha della Svizzera non appena ci si allontani dalla fascia di frontiera, dove l’esperienza è ineludibilmente diretta e non mediata dai luoghi comuni. Con la sua consueta discrezione Ratti ha tra l’altro ricordato quanto converrebbe al Nordovest italiano attrezzarsi per tempo per trarre adeguato vantaggio dell’ormai imminente apertura di AlpTransit. Un’occasione, aggiungiamo noi, che una politica romana ferma in attesa del futuro tunnel di base del Brennero, che nella migliore delle ipotesi sarà transitabile tra 15-20 anni, continua ad ignorare. Guerra per parte sua ha fatto capire che né all’Italia né ad altri Paesi europei  conviene fare una guerra senza quartiere alle piazze finanziarie elvetiche, che comunque non possono più prescindere dalla legislazione dei Paesi d’origine dei capitali che trattano; una guerra che spingerebbe tutti i patrimoni gestiti in Svizzera, e non solo i più opachi, verso piazze che sono autenticamente da “lista nera”. A questi argomenti il pubblico presente, che pure non avrebbe dovuto essere da bar, ha troppo spesso reagito appunto con osservazioni e domande da bar. E’ stato insomma ancora una volta confermato che la Svizzera dovrebbe fare meglio e di più per farsi conoscere nel resto dell’Europa, e in particolare in Italia e in Germania, per quello che è. Ovviamente non è un paradiso terrestre, ma se riesce a farsi conoscere per quello che è ci guadagna.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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