Giorgio Napolitano, Giulio Andreotti: vite parallele

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 15 gennaio 2014

Nato a Napoli nel 1920, iscritto dal 1944 e membro del Comitato Centrale del Partito Comunista dal 1956 su indicazione di Palmiro Togliatti, deputato dal 1953 al 1996, presidente della Camera dal 1994 al 1996; poi europarlamentare, ministro, senatore a vita dal 2005, presidente della Repubblica dal 10 maggio 2006 fino a ieri, Giorgio Napolitano, giunto in piena attività alla soglia dei novant’anni di vita, è l’ultima rilevante personalità della Prima Repubblica rimasta tuttora in primo piano sulla scena della vita pubblica italiana. C’è da augurarsi che a tempo debito qualcuno, riprendendo una formula che risale all’antichità classica, sappia adeguatamente scrivere le “Vite parallele” sua e del suo quasi  coetaneo Giulio Andreotti (1919-2013). Al di là del loro opposto schieramento i due uomini hanno finito per svolgere, ciascuno nella propria diversa area politica, ruoli importanti non privi di somiglianze. Tra l’altro hanno avuto entrambi, a nome e per conto del rispettivo partito, una parte di grande rilievo in quel rapporto con gli Stati Uniti che per tutti gli anni della “guerra fredda” furono più che mai il…”Grande Fratello” della Repubblica Italiana. La presidenza della Repubblica sfuggì tuttavia ad Andreotti, che pure vi ambiva, mentre Napolitano vi giunse per così dire inaspettatamente anche grazie a sviluppi storici, innescati appunto dalla fine della “guerra fredda”, che solo pochi anni prima erano impensabili. Ritiratosi Andreotti per motivi di salute dalla scena pubblica già tempo prima della sua scomparsa, in recenti anni cruciali le loro vite avevano cessato di essere parallele. Quindi su tale parallelismo non ci soffermeremo oltre qui. Ribadiamo tuttavia che a tempo opportuno varrà la pena di farlo.

Inevitabilmente fascista nella Napoli dei suoi anni universitari, poi comunista in gioventù e fino alla maturità, quindi post-comunista, socialdemocratico e infine democratico (nel senso “tecnico” che la parola ha oggi nella politica italiana), Giorgio Napolitano è un buon testimone della cultura di quell’alta borghesia di tradizione risorgimentale in cui è nato e cresciuto; con le sue luci e le sue ombre, e soprattutto con tutta la sua grande capacità di mantenere il proprio ruolo nella società italiana adattandosi, beninteso anche positivamente, al mutare delle condizioni storiche del Paese. Una lezione che invece i cattolici italiani sinora non hanno saputo né fare propria, né viceversa criticare con efficacia.

Al momento della rivoluzione ungherese del 1956, avvenuta proprio nell’anno in cui Togliatti l’aveva cooptato giovanissimo nel Comitato Centrale del PCI, Napolitano elogia l’intervento sovietico dicendo che esso aveva non solo «contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione» ma anche giocato a favore della  pace nel mondo. Anni dopo, nella sua autobiografia politica significativamente intitolata Dal PCI al socialismo europeo, egli rivelerà che ciò gli era costato un  «grave tormento autocritico» spiegando poi  che la sua storia  non è «rimasta eguale al punto di partenza, ma» è «passata attraverso decisive evoluzioni della realtà internazionale e nazionale e attraverso personali, profonde, dichiarate revisioni». E così sia.

Fatto sta che, morto Palmiro Togliatti nel 1964, Giorgio Napolitano comincia a diventare uno dei punti di riferimento di coloro che dentro il PCI stanno cautamente avviando il processo che quarant’anni più tardi sfocerà nel Partito Democratico di Matteo Renzi. Fra il 1966 e il 1969 diventa il numero due del Partito a fianco prima di Luigi Longo e poi di Enrico Berlinguer. Diviene poi responsabile della politica culturale del Partito, e “ambasciatore” presso Andreotti negli anni della politica di “solidarietà nazionale” (1976-79). Quindi grande tessitore dei nuovi rapporti che il PCI intende instaurare nei circoli politici dell’Occidente, non solo in Europa ma anche e innanzitutto negli Usa. Nel 1978 è il primo dirigente del PCI cui Washington concede un visto di entrata negli Stati Uniti dove, anche grazie all’interessamento di Andreotti, egli si reca a tenere conferenze a Harvard, a Yale e in altre grandi università. Sono anni di incontri e di contatti sia accademici che politici in cui ottiene notevoli successi fino a venire definito da Henry Kissinger “il mio comunista preferito”. Sarà poi un protagonista degli eventi che porteranno alla trasformazione del PCI in Partito Democratico della Sinistra, PDS, ecc., ma sempre da posizioni defilate. Assume invece cariche sempre più importanti delle istituzioni: un cammino che inizia quando nel 1992, eletto Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza della Repubblica italiana, gli subentra  nella carica di presidente della Camera dei Deputati. Il 10 maggio 2006, alla quarta votazione, diventa l’ undicesimo Presidente della Repubblica Italiana   con 543 voti su 990 votanti dei 1009 aventi diritto. Scaduti i sette anni del mandato presidenziale , che tradizionalmente non viene rinnovato,  di fronte al protrarsi della grave crisi politica in atto in Italia il 20 aprile 2013 una delegazione di leader di quasi tutti i partiti presenti  nel Parlamento di Roma si reca da Napolitano pregandolo di accettare di venire rieletto. Napolitano accetta e torna alla presidenza della Repubblica con il voto favorevole di 738 su 997 votanti (dei 1007 aventi diritto al voto).  Nel suo discorso di insediamento afferma però che resterà in carica solo il tempo necessario perché si ricreino le condizioni perché qualcun altro gli possa succedere. Si giunge così alla fine del 2014 quando egli fa sapere che si dimetterà al termine del semestre della presidenza di turno italiana dell’Unione Europea. E così farà ieri il giorno dopo che tale semestre si è concluso.

Che cosa accadrà adesso è un po’ presto per dirlo. Il circo dei media radiotelevisivi si è già mobilitato attorno all’avvenimento, la cui valenza anche teatrale è evidente. Le votazioni presidenziali italiane sono più che mai un conclave in cui chi entra papa esce cardinale. Quindi i nomi che circolano in questi giorni non sono di grande aiuto. Al di là dei nomi il vero problema è di sostanza. Occorre una personalità forte e indipendente, che però deve venire eletta da un’assemblea che tendenzialmente mira all’opposto, ossia a scegliersi un presidente debole e condizionabile. Una via d’uscita sarebbe quella di puntare  a eleggere una donna. Siccome infatti i “soliti noti” in corsa per la nomina sono tutti uomini, puntare a una donna farebbe saltare il tavolo. Magari capita. Vedremo.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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