La RAI, un’eredità del fascismo che fa troppo comodo a chi è al potere

Riforme? La RAI resta nelle mani dei partiti, La Nuova Bussola Quotidiana, 27 febbraio 2015

Premier ma anche segretario generale del maggiore partito italiano, Matteo Renzi ha annunciato la sua intenzione di riformare la RAI con l’obiettivo di metterla al riparo dall’ “ingerenza dei partiti”. Se il senso umoristico facesse ancora parte del comune sentire, alla notizia un’enorme risata avrebbe dovuto echeggiare dalle Alpi alla Sicilia. In realtà c’è un solo modo per mettere davvero al riparo da tale ingerenza la Tv di Stato: venderla facendone una public company nel senso inglese del termine, ovviamente con vincoli che la mettano al riparo dal rischio che caschi in bocca ai proverbiali “soliti noti” (che ad ogni modo non sono innanzitutto Berlusconi, ma ben altri potentati, meno sopraesposti di lui e perciò assai più pericolosi per la democrazia e la libertà). Solo in tal caso la fine dell’”ingerenza dei partiti” sarebbe cosa certa. E proprio per questo Matteo neanche ci pensa. In che cosa  consiste allora la riforma che Renzi sta proclamando? Semplicemente in un adeguamento dell’assetto della RAI a quello dell’attuale sistema partitico italiano.

Con le sue tre testate giornalistiche storiche, nate ciascuna come rispettivo appannaggio dei maggiori partiti della Prima Repubblica, e con le altre tre nate o sviluppate per dare spazi a nuovi venuti comparsi nella fase di transizione dalla Prima Repubblica alla Seconda, la RAI era ormai il riflesso di un sistema di forze tramontato. Con la riforma annunciata l’altro ieri ecco allora apparire in scena la nuova RAI dell’epoca di Renzi con la sua informazione giornalistica articolata in due sole aree: una che accorpa Tg1, Tg2 e Tg Parlamento e l’altra che accorpa Tg3, Tg Regionale e Rainews24.  Non c’è bisogno per capirne il senso di avventurarsi nell’analisi dei retroscena o di andare a caccia di chissà quali “soffiate”: la logica è evidente. La prima area, la più corposa, è quella che sarà  chiamata a dare lustro ed eco a Renzi e al renzismo; la seconda avrà invece il compito di fare  da sfogatoio “intelligente” di quella parte dello schieramento progressista che Renzi lascia fuori. Questo è lo schema: poi magari la realtà, mai del tutto prevedibile, farà registrare qualche eccezione  alla regola, ma saranno appunto eccezioni.  In quanto a tutti gli altri che si accontentino; e, purché paghino il canone, si vedano pure le reti di Berlusconi. Tanto più che — con la RAI che insegue Mediaset per quanto  concerne l’intrattenimento e Mediaset che insegue la RAI per quanto concerne i telegiornali —   le differenze sono poi minori di quanto ci si aspetterebbe. Tenuto conto dei bilanci della RAI c’è infine qualcosa di patetico nella pretesa che tale riforma sia ispirata alla necessità di fare risparmi. Non sarà certo la riduzione dei direttori di testata da 6 a 2 e dei loro vice da 32 a 12 a cambiare il quadro mentre rimane intatto tutto il resto dell’inefficienza e degli sprechi all’ombra del mito del “servizio pubblico radiotelevisivo”. Sorprendentemente (ma non troppo) non c’è in Italia una sola influente testa d’uovo che lo metta in discussione. Eppure dovrebbe essere evidente che siamo di fronte a un barcone di origine fascista cui nel 1945 i partiti della nuova Italia democratica e repubblicana cambiarono nome e comando, ma non natura. Immaginiamoci che cosa sarebbe successo se qualcuno avesse mai preteso di impiantare un “servizio pubblico della carta stampata”: una grande casa di produzione di giornali nazionali e locali guidati da direttori nominati dal mondo dei partiti. Giustamente si sarebbe gridato all’attacco mortale alla libertà di stampa. Se invece un giornale viene diffuso non su carta ma per via radiofonica o televisiva allora va bene che sia prodotto da un’impresa statale a stretto controllo partitico che per di più si finanzia tenendosi un’imposta che incassa per conto dello Stato. Tale è infatti il canone radiotelevisivo; per rendersene conto basta leggere con attenzione il bollettino con cui viene pagato.  Sorgerà mai sull’orizzonte della vita pubblica italiana una forza politica disponibile a mettere davvero in discussione il “servizio pubblico radiotelevisivo”, ovvero una delle più ingenti e ingombranti eredità dell’Italia fascista? Sino ad oggi non se n’è mai vista una che sia una.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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