L’Islam che non c’è di Tahar Ben Jelloun e la favola del “servizio pubblico” radiotelevisivo

La laicità della RAI , La Nuova Bussola Quotidiana, 3 marzo 2015

Lo scorso giovedì 26 febbraio  «Restate scomodi» — trasmissione pomeridiana di Rai radio1 che è un vero e proprio monumento al “politically correct” — è stata largamente dedicata al problema dell’Islam. Momento-chiave della puntata era un’intervista allo scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, autore del libro che nella versione italiana, edita da Bompiani, s’intitola  E’ questo l’Islam che fa paura. Tuttora raggiungibile sul sito http://www.restatescomodi.rai.it/, l’intervista, come pure la trasmissione nel suo insieme, è un interessante esempio dell’incapacità della cultura “laica” occidentale di far fronte alla sfida che viene dall’integralismo islamico, e anche della sua incapacità di rendersene conto. A meno che, con riguardo a quest’ultima, non di incapacità si tratti bensì di censura di fronte a una realtà che mette radicalmente in crisi tale cultura.  Non a caso Tahar Ben Jelloun è l’intellettuale musulmano francofono più amato dalla cultura “laica” francese. Perché è semplicemente un intellettuale “laico” di cultura post-giacobina che aveva in Marocco dei nonni musulmani. E’ insomma tanto musulmano quanto Eugenio Scalfari è cristiano, o quanto lo sono gli autori e i conduttori di «Restate scomodi». Il suo Islam è insomma una specie di versione islamica del “non possiamo non essere cristiani” di Benedetto Croce. Dentro un salotto del genere si fa presto a mettersi d’accordo in tema di confronto tra Islam e Occidente. Dimentiche del fatto che negli scorsi due secoli culture programmaticamente  atee come il giacobinismo, il comunismo marx-leninista e il nazismo hanno prodotto un fiume di sangue e di lacrime senza precedenti nella storia, queste anime belle sono tutte quante convinte che basta negare alla dimensione religiosa qualsiasi spazio pubblico per garantire al mondo pace e prosperità. Non si rendono conto che, in particolare per quanto concerne l’ambiente degli immigrati musulmani in Europa, l’integralismo islamista è anche – seppur non solo — il riflesso patologico del disagio e dello scandalo che la laicité suscita in loro. E nemmeno si avvedono che la laicità sanamente intesa entra nella storia non con la Rivoluzione Francese bensì con Gesù Cristo e il suo “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (anche se poi la sua compiuta attuazione avviene al termine di un processo plurisecolare di maturazione storica). Al di fuori dei paesi di tradizione cristiana ha scarse radici e di fatto può svilupparsi solo per osmosi dall’Occidente.

La laicité  insomma non è parte della soluzione, ma anzi parte del problema. E dal confronto con l’Islam l’Occidente non può che perdere se non ricupera la consapevolezza delle proprie radici cristiane. Non sorprende d’altra parte che una trasmissione della RAI come «Restate scomodi» sia lontana mille miglia da una sensibilità del genere. Benché infatti il “servizio pubblico” radiotelevisivo sia sostanzialmente (cfr. in questa pagina La Rai, un’eredità del fascismo che fa troppo comodo a chi è  al potere, 27.II.2015) un’eredità del fascismo, oggi nelle redazioni e nei circoli degli autori delle trasmissioni RAI predominano visioni del mondo radicali e di ultra-sinistra nella quali, come gli esiti delle elezioni dimostrano, si riconosce una percentuale minima della società civile del nostro Paese. Alla prova democratica del voto infatti le forze politiche riconducibili alle culture che sono in maggioranza assoluta nella RAI non raggiungono nemmeno il 5 per centro dei consensi; di solito oscillano fra il 2 e il 4 per cento.

L’influenza ben più che proporzionale di queste culture sul “servizio pubblico” radiotelevisivo è massima nel settore radiofonico che, diversamente da quello televisivo, non deve confrontarsi con alcun concorrente di dimensioni analoghe alle sue. E infatti è verso radio RAI che l’amore dell’intellighenzija di sinistra giunge al diapason. Perciò dire che si preferisce la radio alla Tv è una “cosa di sinistra”. Ci sono persino delle canzoni d’autore che ne parlano. Salvo due o tre ore del mattino, più o meno fra le 9 e le 12, in tutto il resto della giornata il grosso delle trasmissioni in voce di Rairadio1 e di Rairadio2, le due reti principali, è costituito da rubriche espressive di culture radicali o di ultrasinistra: da “Restate scomodi”, erede di “Baobab, l’albero delle notizie” a “Caterpillar” da “Il ruggito del coniglio” a “Un giorno da pecora”, e così via. Si tratta di rubriche di forte contenuto informativo che per la loro ben maggiore vivacità scavalcano i giornali radio da cui sono intervallate. Da lunedì a venerdì i programmi radiofonici della Rai sono dunque una cattedra permanente di questa istruzione obbligatoria che si acquieta soltanto nei fine settimana per lasciare ovviamente spazio non ad altre campane ma, come è inevitabile, alle cronache sportive. Ammesso e non concesso che il “servizio pubblico” radiotelevisivo abbia un senso, non è possibile che possa pretendersi tale finché censura rigorosamente la massima parte delle visioni del mondo e delle sensibilità in cui si articola la società italiana.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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