Renzi e le due anime della Toscana

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 5 marzo 2015

In Italia il governo ha annunciato che entro il prossimo aprile presenterà un progetto di riforma della Rai, la Radiotelevisione di Stato. Benché finanziato non solo da un canone che ha natura di imposta (la Rai lo incassa per conto del ministero delle Finanze) ma anche dalla pubblicità, l’ente ha un costante passivo che viene poi coperto dallo Stato con vari artifici contabili. L’urgenza di risanarlo è evidente. Tra l’altro la sua inefficienza, e quindi lo spreco di denaro pubblico che ne deriva, sono facilmente misurabili: basta consultare i suoi risultati e la sua produttività con quelli del gruppo Mediaset, che ha dimensioni analoghe. Non è però soltanto, e nemmeno innanzitutto, per motivi economici che il premier Renzi ha indicato nella riforma della radiotelevisione di Stato un obiettivo primario del suo governo. Nella Rai egli vede in primo luogo uno strumento-chiave, insieme alla scuola statale, del suo progetto “cambiare l’Italia”.

Da un punto di vista politico la Toscana ha due anime: quella medioevale dei Comuni e delle cento torri, e quella moderna del centralismo “illuminato” dei Granduchi e poi di Bettino Ricasoli, il successore di Cavour al governo dell’Italia appena unificata che non esitò, anche contro la volontà dell’ultimo Cavour, a organizzarla in modo rigorosamente centralista. Renzi è assai più erede della seconda che della prima. In linea di principio non si può non essere d’accordo quando gli si sente dire che “L’Italia cambierà solo se noi metteremo al centro la scuola” e che “la scuola può cambiare un Paese”. Quando però si va a vedere che cosa è la scuola  alla quale egli pensa, c’è di preoccuparsi e molto: è infatti lo strumento con cui un’élite illuminata guida dall’alto il Paese verso le proverbiali “magnifiche sorti e progressive”. E la Rai ha lo stesso compito nello stesso spirito. Come egli ebbe modo di dire lo scorso 27 febbraio, nel corso di un convegno sulla scuola promosso dal suo partito, la Rai infatti “fa parte del progetto educativo complessivo”.

In tale prospettiva la riforma della Rai annunciata dal governo di Roma non incide affatto sulla sua natura di strumento al servizio del potere politico. Semplicemente la adegua ai nuovi rapporti di forza che oggi caratterizzano la vita pubblica italiana.  Con le sue tre testate giornalistiche storiche — destinate rispettivamente all’influenza dei maggiori partiti della Prima Repubblica, la DC, il PSI  e il PCI – e con le altre tre nate o sviluppate per dare spazi a nuovi venuti comparsi nella fase di transizione dalla Prima Repubblica alla Seconda, la RAI era diventata anacronistica. Adesso è stato annunciato che i suoi servizi giornalistici si articoleranno in due sole aree: una che accorpa Tg1, Tg2 e Tg Parlamento e l’altra che accorpa Tg3, Tg Regionale e Rainews24.  Il criterio è evidente: la  prima area, la più corposa, è quella chiamata a fare da palcoscenico a Renzi e al renzismo; la seconda invece avrà il compito di fare da teatro  “off  Broadway” di quella parte dello schieramento progressista che Renzi lascia fuori. E gli altri si vedano pure le reti di Berlusconi oppure le varie reti di nicchia. Questo è lo schema: poi magari nella realtà, mai del tutto prevedibile, resterà aperto qualche varco in un senso o nell’altro, ma si tratterà di eccezioni.  La Rai è un’eredità del fascismo, cui nel 1945 i partiti della nuova Italia democratica e repubblicana cambiarono nome (si chiamava Eiar) e vertici, ma senza cambiarne la natura. E fino ad oggi nessun governo l’ha mai voluta smontare perché  fa troppo comodo a chi è al potere.

Negli anni ’30 del secolo scorso, non solo nelle dittature ma anche nelle democrazie dell’epoca, la radiofonia nacque in Europa come monopolio statale. Monopolio che venne più che mai confermato all’avvento della televisione. Poi in vari Paesi, tra cui l’Italia, il monopolio è venuto meno ma la posizione dominante è rimasta. Appunto perché, non solo in Italia, fa troppo comodo a chi sta al potere (sia in proprio che per interposta persona).  Se si paragona la nascita dei giornali su carta nel secolo XVIII, con la libertà di stampa subito rivendicata e difesa, con la nascita della radio  e della Tv  nel secolo XX, con il monopolio statale tranquillamente accettato in Europa anche nelle democrazie, c’è qualche mesta riflessione da fare. E’ vero che in origine il monopolio delle reti di emissione era tecnicamente poco superabile, ma è altrettanto vero che si fece leva su di esso per imporre anche un monopolio delle decisioni  sui contenuti che invece non aveva alcuna necessità tecnica. Oggi, in un mondo in cui la telecomunicazione è istantanea alla scala planetaria, il quadro complessivo è totalmente cambiato, ma nei suoi termini essenziali il problema resta.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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