Riforma costituzionale: i primi passi avanti, anzi indietro

Il teatrino della riforma costituzionale, La Nuova Bussola Quotidiana, 11 marzo 2015

Al di là del consueto squillo di trombe che riecheggia su tutti i grandi giornali e telegiornali (ormai automaticamente governativi quale che sia il governo al potere), la conclamata riforma costituzionale Renzi-Boschi  è ancora ben lontana dal traguardo.

A norma della nostra Carta costituzionale modifiche della stessa entrano in vigore soltanto dopo esser state approvate con identico testo per due volte da entrambi i rami del Parlamento con votazioni distanti almeno tre  mesi l’una dell’altra, la seconda volta a maggioranza assoluta. Qualora poi nelle seconde votazioni non sia stata raggiunta la maggioranza non solo assoluta ma dei due terzi, la modifica deve essere poi sottoposta a un referendum popolare senza quorum (che vale cioè quale che sia il numero degli elettori che si sono recati alle urne). La riforma Renzi-Boschi è perciò solo ai primi passi. Il Senato l’approvò in prima lettura lo scorso 8 agosto 2014, e la Camera l’ha approvata ieri, ma con un testo in parte modificato. Dovrà perciò tornare al Senato di nuovo in prima lettura. Se poi quest’ultimo la riapproverà così come è allora si potrà passare alla seconda lettura; altrimenti si ritornerà daccapo. Agli albori della Repubblica l’Assemblea Costituente scrisse ex novo e approvò la Costituzione nell’arco di 19 mesi, dal 25 giugno 1946 al 31 gennaio 1948. A 11 mesi dalla sua presentazione (8 aprile 2014), la riforma Renzi-Boschi è invece ancora ai primi passi; anzi ai primi passi indietro, visto che adesso torna al Senato da dove era partita.

I padri della Costituzione erano convinti di aver varato una Carta costituzionale valida per sempre, cui nel tempo sarebbero bastati soltanto dei piccoli aggiornamenti. Perciò stabilirono una procedura di revisione lenta e complicatissima, buona appunto solo per fare dei ritocchi. Nel momento invece in cui, come nel caso della riforma Renzi-Boschi, si punta a una riforma generale del documento (che implica variazioni a un terzo  degli articoli di cui si compone), sarebbe stato piuttosto il caso di eleggere una nuova Assemblea Costituente composta di esperti non direttamente impegnati nella politica attiva. Frattanto il Parlamento avrebbe potuto continuare ad occuparsi dei problemi immediati del Paese, cosa assai opportuna tanto più tenendo conto della seria  crisi economica internazionale in atto.  Invece il ceto dirigente dei partiti, volendo tenere ogni cosa sotto controllo, ha preteso di fare tutto in Parlamento. Su questo punto l’accordo è stato generale, maggioranza  e opposizione, destra e sinistra. Con i risultati che si vedono.

Incaricando il Parlamento di fare in pratica una nuova Costituzione (poiché è di questo si tratta) da un lato se ne è intralciata l’attività ordinaria e dall’altro il dibattito attorno alla Costituzione — che per natura sua dovrebbe essere qualcosa di valido a lungo termine – è invece finito nel gorgo della lotta politica corrente. Della sostanza della riforma, che punta a riportare il nostro Paese agli anni ’20 del secolo scorso, all’Italia dei prefetti dell’epoca di Giolitti, in fin dei conti non si interessa nessuno (Altri miei precedenti interventi sul tema si possono raggiungere inserendo “riforma costituzionale” nel motore di ricerca interno di questo stesso sito. Nda).

La  riforma è diventata soltanto una pedina della battaglia che le varie forze politiche stanno combattendo  tra loro per difendere, per riconquistare o per allargare il loro rispettivo spazio alla ribalta della vita pubblica del Paese. Questo spiega perché essa sia sostenuta anche da partiti che per loro natura dovrebbero essere “girondini”, come ad esempio l’Ncd, e venga invece respinta da partiti “giacobini” fino al midollo come ad esempio Sel. Per non dire di Forza Italia cui andava bene finché sembrava tenesse il patto del Nazareno, e non va più bene adesso che il patto del Nazareno è svanito. E tutto questo mentre la situazione reale del Paese continua a peggiorare con il debito pubblico che non smette di crescere, la produzione industriale che non cessa di diminuire, e mentre nulla di concreto e di efficace viene fatto per affrontare la crisi della Libia da cui col favore dell’estate ormai imminente potrebbero affluire migranti irregolari via mare in quantità incontrollabili. Come provare a venirne fuori? Vista la debolezza della sfera della politica, che tende a essere di lungo periodo, non resterebbe che sperare soprattutto nell’iniziativa di forti soggetti della società civile, se ce ne fossero; ma dove sono?

 

 

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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