Scuola: l’unica vera riforma continua a restare al palo

Anche Renzi usa la scuola come ammortizzatore sociale, La Nuova Bussola Quotidiana, 14 marzo 2015

Gli annunci delle riforme del governo Renzi si susseguono. All’ annuncio della riforma della Rai è seguita ora quello della riforma della scuola. Il collegamento tra l’una e l’altra è inevitabile dal momento che, in armonia con lo statalismo che lo caratterizza, il premier le indica come le due braccia di un medesimo progetto  di educazione nazionale a cura dello Stato. E’ una “filosofia” che fa rabbrividire, ma così stanno le cose

La storia del nostro tempo non cessa di dimostrare che i servizi sociali a diretta gestione statale hanno un solo effettivo beneficiario: non il loro utente (il servizio è in genere di bassa qualità)  bensì il loro addetto, che gode di un posto ultra-garantito, quale che sia la qualità della prestazione che offre, e talvolta anche a prescindere dal fatto stesso che la offra. Ciò non significa beninteso che le condizioni siano ottime, dipende. Lo sono ad esempio nel caso della Rai, ma non invece nel caso della scuola statale. In quest’ultimo caso vale però il numero: lo stipendio è iniquamente basso in proporzione alle capacità professionali richieste e all’importanza sociale della funzione, ma il numero è enorme, ben superiore alla necessità. Nell’anno scolastico 2011-2012 gli scolari e studenti delle scuole statali italiane erano 7.865.445 e gli insegnanti 765.000: circa uno ogni 10 allievi. Benché lo Stato scarichi sui comuni e sulle esecrate province la costruzione e la gestione degli stabili ove alloggia le proprie scuole, la sua spesa la scuola ammonta a circa 57 miliardi all’anno,   oltre 7.300 euro per ogni studente. Le scuole paritarie sono complessivamente frequentate (dalla materna alla secondaria di 2° grado) da poco più di un milione di studenti e ricevono dallo Stato contributi per 511 milioni di euro: briciole, poco più di 401 euro per allievo.

Questa è la situazione, appunto caratterizzata dalla presenza preponderante di una massa di 765 mila insegnanti statali gestiti burocraticamente e pagati (male) tutti allo stesso modo a prescindere dalla qualità e dei risultati del loro lavoro: una specie di moderno proletariato che i sindacati storici fanno di tutto perché rimanga tale. Poi fra di loro vi sono molti docenti esperti ed appassionati, che però sono tali di loro iniziativa e per personale impegno; non perché dalla macchina burocratica in cui sono inseriti provengano impulsi in tal senso. In questo quadro la vera riforma consisterebbe nella restituzione alle famiglie e agli studenti del diritto di scegliere docenti e scuola. Se ciò fosse,   sia pure in una forma come quella delle charter schools statunitensi,  quasi automaticamente tutti i problemi di qualità dell’insegnamento, di motivazione dei docenti e di loro adeguata rimunerazione si risolverebbero. Nella riforma proposta da Renzi invece si introducono consegni e marchingegni con cui si pretende di risolvere i problemi di cui sopra, ma in una scuola dello Stato  che  conserva intatta la sua struttura burocratica piramidale. Perciò alla fine non cambierà niente. Si può anche discutere se sarebbe stato meglio stanziare più per il premio al merito che per gli scatti di anzianità e così via, ma è tempo perso. Ci penseranno poi la burocrazia ministeriale e i sindacati storici a svuotare di significato le pur modeste innovazioni. L’unico contenuto di peso della presunta riforma consiste nell’assunzione in massa dal 1° settembre prossimo di 100.701 docenti precari, ovvero in una onerosa e clamorosa conferma dell’andazzo di sempre. Sono 100.701 persone che ottengono un posto fisso e ne siamo contenti per loro, ma che cosa c’entra tutto ciò con tutti i grandi obiettivi della “Buona scuola” di Renzi? Non c’entra nulla. Vengono assunti senza alcuna verifica della loro preparazione e attitudine all’insegnamento, e senza accertarsi che ci sia bisogno di loro, soltanto per risolvere così un grosso problema sociale. Ancora una volta insomma come da oltre mezzo secolo a questa parte la scuola dello Stato viene usata come ammortizzatore sociale, e non come agenzia educativa. Non si sa dunque se provare più irritazione o più pena nel vedere gruppi di studenti manovrati — che proprio questa scuola sta condannando alla marginalità e alla disoccupazione — scendere in piazza a manifestare per motivi esattamente opposti a quelli per cui varrebbe la pena che manifestassero.

Il centro-destra è allo sbando, e per di più col rischio di cadere nella mani di un demagogo come Matteo Salvini. Quindi dovremo probabilmente tenerci Renzi ancora a lungo. Rendiamoci però conto di quale deserto il Pd di Matteo Renzi lascerà dietro di sé, e di quanto impegnativo sarà il lavoro di ricostruzione che ci attende.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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